Il Natale degli ultimi (Il Fatto Quotidiano)

In un dormitorio di Milano, la cena è stata servita come sempre, in confezioni sigillate, con la medesima fila, le stesse facce che si scrutavano con indolenza. Salvo per un vecchio rumeno ringalluzzito da un nuovo amore o dal giovane macedone, determinato a cambiare vita per la medesima ragione. Peccato che per entrambi nemmeno questo Natale ha sortito il prodigio di esaudire almeno un fatto: tornare uomini, normali, con tutte le pulsioni a posto, senza quel disordine da borderline in costrizione in cui si finisce irrimediabilmente, riparando per strada per un tempo infinito. Tanto che Luigi Binario Tredici per evitare l’umiliazione di riscoprirsi fuori dal mondo giusto è rimasto in stazione a Milano. “Che c’hai una sigaretta?” ha chiesto fino alla mezza, ai pochissimi viaggiatori, fino a che Natale non fosse esploso in un tripudio di auguri, per tutti, nelle case degli altri, a quel punto Luigi Binario Tredici ha spento il mozzicone schiacciandolo con la suola dei suoi scarponi da montanaro.

Un ragazzo rumeno in un dormitorio di Milano ha aspettato che una giovane italiana si accorgesse di lui, lei non lo farà mai, nel frattempo ha aspettato con pazienza, osservando la fila della mensa disposta per il cenone. E’ una cena, piccola cena, comunque c’erano il pollo e le cotolette tra i secondi piatti, e un cadeaux alla fine. Piccola cena, ma si chiama cenone lo stesso, perché è Natale.

Mentre ci sono grotte a Siracusa, nel centro della città, dove il Natale non ha asperso lumini, lucette, alberelli, ma un timido fuoco nel mezzo della notte. Lì ci morivano i barboni una volta, a Natale per giunta, mentre un gran clamore di auditori fissava  straniato il presepe vivente, una grotta più in là, certi barboni intendevano morire sul serio, sulla roccia delle Balze di Akradina, millenni di storia custodita dal vincolo paesaggistico, però che prestigio. A Natale i barboni rimediavano un posto nelle grotte, malgrado ci fosse già un presepe vivente voluto dal bene comune, dalla città, dai suoi zelanti amministratori, ed era tutto molto bello. Quest’anno hanno evitato di spirare in quei giorni: i barboni sono tali perché bevono, si dice, bevono e qui al sud sono in special modo stranieri, quindi nel qual caso la carità dovrebbe legittimamente procedere con molti se ragionati. Non sono morti anche perché alcune ordinanze hanno vietato categoricamente quanto sopra, nel senso che è stato intimato lo sgombero delle macerie dalle grotte, non diremmo mai macerie umane, ma insomma nelle intenzioni anche quelle. Ogni Natale a Siracusa, nelle grotte, due esattamente, nella balza di Akradina, bisognerebbe ricordare i caduti, Ewa e Miroslaw morti di freddo, a distanza di un anno l’uno dall’altra, a Natale, nella medesima grotta, mentre i passanti stralunati sbadigliavano qualche metro più in là. Invece niente, solo aste di beneficenza e tombolate e menù interetnici, molto di moda in effetti.

Ad ogni modo è davvero un evento morire assiderati a Siracusa, ma tanto è. In una modesta chiesa di Ortigia, in una sala disadorna, il Natale dei poveri è stato consumato in un tentativo di letizia. Le buone intenzioni salveranno il pianeta, e anche i poveri di Ortigia che così hanno mangiato. Ora gli anziani del quartiere mormorano tra i pochi denti che i poveri sono tutti neri, neri africani aggiungiamo. Sono loro che stanno ai semafori, sono loro  le ombre dietro le grate di un Cie, questo lo diciamo noi. Sono loro che chiedono in Chiesa o ai semafori, un tempo ci stavano i rom o gli slavi. Ora ci stanno i neri. E i neri ai vecchi di Ortigia fanno ancora paura. Indigeni irretiti da un nuovo mondo.

Chi sono costoro? Portatori maldestri o malmessi di sventure apocalittiche, certo può darsi. E adesso ci sono entrati in casa, mormorano gli stessi vecchi. Nel cenone di Natale, di chiesa in chiesa, in questa confusa città del sud, ce n’erano abbastanza da poter parlare già di contaminazione. E qui in questa città del sud è tutto sommato qualcosa, considerato che si viaggia con mezzo secolo di ritardo rispetto al resto. Qui il resto di solito fa specie, ancora. Comunque, buon Natale.

(tratto da Il Fatto Quotidiano, edizione cartacea del 3 gennaio 2014)

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One thought on “Il Natale degli ultimi (Il Fatto Quotidiano)

  1. Antonio Maria Logani

    Bell’articolo. Descrizione fotografica di un Natale paradossale (per i perbenisti normale, tra champagne, lasagne e cinghiale).
    Cosa cambia da Milano e Siracusa? 50 Indietro o avanti?
    Muiono sia in grotte sia in stazioni, prima che il loro treno senza freni ceda al freddo..

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