quando andai alla Fiera Del Libro di Torino

(prosegue dal titolo) e cercavo questa eccellente giornalista, eccellente più o meno, ma tanto riferiva il mio editore di allora, piccolo editore del Meridione. Sai lei scrive qui e anche qui, ti ha già presentato il libro a Siracusa. Era una raccolta di articoli, contenuti all’interno di una rubrica che curavo per il maggiore quotidiano dell’isola (esperienza conclusa). Durante la presentazione – accadeva nel mese di maggio di qualche anno fa – non una volta questa signora mi ha chiamato in causa o guardato o sorriso. Di chi parlava?  Non mi ha chiesto niente neanche dopo, non mi ha guardato in faccia neanche dopo. Nulla. Soltanto brevemente ho intercettato una cosa del tipo: “il libro è come una barchetta”, alla fine della serata. Dice a me, forse?

Questo accadeva a Siracusa, la mia rubrica piaceva, raccontavo di esseri umani, non c’erano notizie salvo l’uomo, la sua miseria o la sua onestà. Era la mia terza inutile raccolta. Ma la scrittura dipende poco dai successi, ovvio. Comunque ero giovane e mi bastava, credo siano stati gli anni più belli, ricordo una luce immensa che inondava tutto, non c’erano inverni, non so come spiegare. L’editore mi convinse di partire per Torino, dai c’è la Fiera. Che vengo a fare, piattola in un mare di cicisbei, cioè di scarabei volevo dire. Scherzi? C’è lei che ti presenta il libro, entriamo nel circuito della Fiera, sei già nel programma, mi rassicurò con estrema enfasi l’editore siciliano. Così andammo, partimmo io e mio figlio. La signora eccellente giornalista e tanto altro non c’era. Il piccolo editore si informa, la giornalista ha amici importanti, non può lasciare. Rimanemmo io e mio figlio in uno stand minimo, spogliato di una qualche consona dignità, con due sedie di plastica e un tavolo da campeggio, con il mondo che ci urtava da una parte all’altra, tutti gli scarabei istruiti da una parte all’altra. Lacrime stupide colavano mischiate al mascara che peraltro non mi sta nemmeno bene. Ecco come è andata.

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