Monthly Archives: February 2014

la letteratura deve raccontare quest’altra Sicilia.

di Concetta Bonini

Da quest’angolo, come si posa il tuo sguardo su
Siracusa e la Sicilia?
Questa terra ha cambiato i connotati: le cose nuove si sono
già insediate e hanno già creato un profilo completamente
diverso, determinando uno stravolgimento in un
consolidato paesaggio, nei suoi abitanti, nelle sue dinamiche.
L’immigrazione rappresenta un movimento epocale di uomini
che ha definito nuovi confini. È finita la Sicilia di Bufalino,
quella delle trazzere o delle bocche murate: ora la letteratura
deve cominciare a raccontare quest’altra Sicilia. Già negli anni
Novanta io assistevo a tutto questo, convinta che gli altri
non vedessero: già allora ho sperimentato questa discesa
agli inferi in un mondo di eroi capovolti, eroi che morivano in
una guerra sotterranea di cui quassù nessuno si accorgeva.
Adesso ci sono praticamente caduti in braccio e abbiamo
capito di essere costretti a prendercene cura.
Nel libro c’è un bambino e c’è anche nella tua vita: a quale
di questi mondi appartiene il vostro rapporto?
Mio figlio si chiama Patrick e il suo cognome è una sequenza
di consonanti: da piccolo mi rimproverava chiedendomi
perché non l’avessi chiamato semplicemente Salvo, oggi mi
rimprovera più frequentemente il fatto che desidererebbe una
mamma come le altre. Però, la maternità: anche quella ha dato
un grado di maturità e di bellezza alla scrittura. Facendo la
somma di tutto, ciò che ho imparato in questi anni è la
pietà, ciò che ho guadagnato è la capacità di provarla,
scoprendo che è il sentimento più bello in assoluto. È quello
che da risorse ed è capace di compiere prodigi: a cominciare
da quello di farci continuare a credere nell’uomo, malgrado tutto.

(tratto dalla rivista Freetime)

le storie capitano a chi le sa raccontare

di Concetta Bonini

_MG_0752

foto di Lorenzo Sammito

Chi ha letto Sangue di cane non può non ricordare alcune sentenze fulminanti. Chi ha
letto Sangue di cane non può non ricordarsi questa, tra gli ultimi passi: “La pietà flette
la tua schiena, la mia, terge il mondo, da sola forse non lo salverà. E noi nemmeno vi
riuscimmo”. La pietà. È una delle lezioni da cui si rimane atterrati se si incappa nella ventura di incontrare chi l’ha già imparata, chi questo libro l’ha scritto e prima ancora lo ha vissuto.
Incute una certa soggezione – di quelle strettamente legate all’autorevolezza del saper stare
al mondo – stringere la mano, esile ma schietta, risoluta, di Veronica Tomassini. Incute una
certa soggezione sapere di starla stringendo, in qualche modo, alla protagonista di quell’amore impossibile – e tuttavia inevitabile, essenziale – tra una ragazza della città visibile e un uomo della città invisibile, un polacco che di professione fa il semaforista
e si agita “nella disperazione dei dannati”. Ed è così perché quest’opera prima incredibile,
che Giulio Mozzi – per dire al pubblico “Vi prego, leggetelo” – ha definito “una storia d’amore
matta e disperatissima, un romanzo patetico e ridicolo, una vita che viene offerta in dono”, ben lontana dall’essere solo una dirompente vicenda umana e personale, è in realtà lo specchio di una vicenda collettiva: quella di una Sicilia che gli scrittori d’oggi dovrebbero sentirsi, finalmente, responsabili di raccontare.

Ecco, Veronica Tomassini, questa responsabilità se l’è presa. Siracusana, seppur di
origini umbre, giornalista de “Il fatto quotidiano”, Veronica è la testimonianza vivente che le
storie capitano solo a chi le sa raccontare. Anche se la sua, forse, non avrebbe avuto il
coraggio di raccontarla se non per l’incoraggiamento proprio di quel fine talent scout che è Giulio Mozzi e che un giorno le disse, senza possibilità d’appello: “Tu questa storia la scrivi”. E forse non avrebbe avuto il coraggio di pubblicarla se Marco Travaglio, leggendola, non l’avesse immediatamente spedita alla casa editrice Laurana, che era appena nata e scelse proprio questo come primo romanzo da portare sugli scaffali delle librerie di tutta  Italia. “Anche alla pubblicazione – racconta lei – sono arrivata per strade diverse da quelle canoniche: nella mia vita sono sempre stata incollocabile”.

(il resto potete leggerlo su Freetime – febbraio 2014)

“Maledetti vi amerò”

di Sergio Gilles Lacavalla

Sono ancora tutti lì. Non te li togli dalla testa. Meglio: non riesci a toglierteli di dosso. Sono giorni che ho finito di leggere “Sangue Di Cane” di Veronica Tomassini, l’ho letto girando per una Roma di pioggia e strade infangate, fermandomi da qualche parte alla prima apertura di cielo, una panchina, su un autobus dall’odore di abiti bagnati, il tergicristallo che cigola, le porte che aprendosi lasciano entrare lo sporco umido della città, in giro come un’anima in pena, e sono giorni che i suoi personaggi mi seguono, mi sono addosso. Sì, proprio addosso (per questo dicevo che non te li togli da dosso, mica voleva essere in senso figurato, figuriamoci). Quanti ne ho incontrati di quegli uomini, di quelle donne dell’Europa dell’est raccontati in questo capolavoro di romanzo. Il miracolo di un libro dalla bellezza fatta di grande scrittura (lo stile, signori, lo stile è tutto) e del dono della sua umanità. La mano protesa a chiederti qualcosa. Odore di alcol e d’abbandono. Addosso. Vorresti mandarli via dallo sguardo, poveri esuli della malinconia e della sfortuna. Della disgrazia. Cancellarli dalle pagine. Dai sensi. Ma come fai. Anzi no, in fondo vuoi che ci restino, lì con te. Perché, ancora in fondo, ti somigliano molto più di quanto tu creda. Sono quello che potresti diventare un giorno quando anche questo sistema economico, come è stato per quello socialista, crollerà su se stesso. Messaggeri di un futuro prossimo venturo. Sono quello che siamo stati in un passato neanche tanto lontano (agli accattoni pasoliniani non si sono forse sostituiti questi polacchi?). Ma non è solo questo, è che alla fine li ami come lei, la protagonista del libro, “Una ragazzina nei modi, e forse anche una donna […] Statura media, carina, sguardo acquoso, gambe fragiline, magre troppo magre, taglia seconda di reggiseno. Capelli lunghi. Scuri. Graziosa. Italiana. Di Siracusa”, ha amato il suo bel polacco alcolizzato. Un bel pezzo d’uomo, non si può negare. Il più bel polacco dei semafori, “Slawek, Slawek Raczinsky di Radom, Polonia”, che chiede solo «“poco spicci”. Mio angelo. “Poco spicci”». Angelo mio, salvezza mia, mia dannazione eterna. Poco spicci e tutto l’amore che se non c’è lui muore. Se lei lo lascia, lui muore. Muore davvero. Lo dice piangendo, Slawek. Bagnato di lacrime, urina e alcol. I polacchi di Veronica Tomassini muoiono tutti – come, alla fine, moriamo tutti noi: col corpo distrutto dalla vita; solo che loro lo fanno prima e, spesso, peggio, tra vomito e sangue. Malattie e suicidi. Sporcizia e promiscuità. Proprio per questo ti riconosci in loro più che per altro e più che in tutti gli altri che ti sono vicino, nel tuo bel mondo ordinato e per bene che nasconde goffamente il male. La letteratura come rappresentazione della verità ultima dell’esistenza su questa Terra – dell’aldilà, ne riparleremo. Quella che ti mette la faccia davanti allo specchio e, dietro alla tua faccia, tutti i volti di chi, vuoi o non vuoi, ti somiglia proprio. È inutile che stiamo a fare differenza, noi e loro. Che illusione! Che inutile menzogna! Splendida scrittrice, Veronica Tomassini!  L’ho già detto. Con una lingua che ti dà i brividi, lingua altissima e complessa, lingua diretta. Tra la poesia e il realismo. Potresti pensare a certo realismo russo e a Louis-Ferdinand Céline o Curzio Malaparte come a Mohamed Choukri e Victor Hugo, Charles Dickens e Bertolt Brecht. A tutto un universo letterario dalla parte degli umiliati e offesi. La parola della Tomassini ti trascina dentro le sue trame di disgraziati piegati dalla Storia e dalle loro storie: tutti ex, ex mariti, ex mogli, ex operai, ex contadini, ex qualche altra cosa e ora solo infelici reduci. Storie di uomini e donne ridotti al loro grado zero, ai bisogni primari: mangiare, freddo, sesso, cagare. E vodka. Quell’alcol che li rende violenti e li inzuppa come l’acqua e fango di un’alluvione restituendoceli con gli abiti lacerati. Stracciati quanto i loro corpi di piaghe e pustole, neri di cancrena, abitati dai pidocchi. Con la rogna. Corpi che buttano sangue da ogni buco. Senza più certi organi. Sono esseri orrendi. Sono sublimi. Sono meschini, gaglioffi, farabutti, miserabili e generosi. Aborti di un paese dell’est distrutto e figli malati della carità dell’ovest. Poveri Cristi in croce che hanno rinunciato al Regno dei Cieli perché, quando gliel’hanno dato in Terra chiamandolo comunismo, questo non era che l’inferno che alla sua inevitabile conclusione li avrebbe fatti emigrare verso un altro inferno. Quello dei malati di clandestinità, nostalgia e di bisogni. Una panchina per buttarsi (buttarsi, sì è questa la parola giusta) svenuti quasi morti (e poi c’è chi ci è morto davvero, su quella panchina) quando troppo ubriachi per stare in piedi. Una casa-bordello. Una casa di anime morte. Grotte buie nascoste al termine della notte, con gli abitanti che si trascinano sfiniti, raggomitolati in un angolo. Poveri Cristi, certo, ma, più che Cristi, verrebbe da pensare ai ladroni: il ladrone al fianco del Cristo in croce. Entrambi martiri: dove martire sta, dal greco, per testimone. Veronica Tomassini è testimone di questa tragedia: da grande scrittrice si fa martire. “Sangue di Cane” è testimonianza e, come ogni vera storia d’amore, è una storia d’amore disperata e assoluta, quasi grottesca, quasi patetica, sempre sublime e necessaria. Romantica più di ogni altra. “La saga polacca” di cui sentire nostalgia. L’unico rimedio al vuoto, a una vita di nulla, o da nulla. Ripenso a William Faulkner che diceva “tra il dolore e il nulla scelgo il primo”. Ma a volte pensi anche, chi te lo fa fare? Però capisci che quel vuoto è insopportabile. Vorresti una certa normalità. Ma cos’è la normalità? “Se non piove, stendo il bucato. C’è una maglia che si è ingiallita”. C’è una tristezza infinita nel giallo di quella maglia. “Ma forse non pioverà”. Senza di me lui muore, non ce la fa, senza di me, lo dici, lo sai. Forse non è così. Ma ora non puoi farne a meno. Ci sei dentro con tutte le scarpe, bella. C’è tutto il dolore di questo mondo, in “Sangue di Cane” di Veronica Tomassini. C’è pietà. C’è misericordia. C’è il tentativo di uscire dall’orrore e dalla miseria, dalla dipendenza da questa vita infame. E c’è, nonostante tutto, forse proprio per questo tutto, la necessità di un’infinita bellezza. La donna di Siracusa, “puttana albanese”, per qualcuno, e Slawek, il semaforista polacco, sono bellissimi.  “Ora rimpiango la mia saga polacca, mi manca il terreno sotto i piedi” dice lei.

 

Sergio Gilles Lacavalla. Scrive libri e drammi per il teatro. Il suo ultimo volume è “Rockriminal Murder Ballads Storie di Rock Balordo e Maledetto” (Coniglio Editore). Il suo ultimo dramma è De Par Le Roi Du Ciel.

erano solo casini

In quel bar la notte erano solo casini. Alle pareti avevi appeso le mie foto, sembrava il mio mausoleo piuttosto. Tutto procedeva molto bene, poi quando cominciavi con la vodka erano casini e le solite kurwe polacche a rendere ogni dettaglio oltremodo osceno, come sempre d’altronde. C’erano loro e tutto il peggio che conoscevo di certi italiani che lasciavano a casa le mogli. Ridevo con il veleno, non che a me fosse andata meglio. Eri appena tornato da Kielce, ero molto agitata perché ero convinta delle tue balle, pensavo davvero che tua madre fosse con te, che riposasse da giorni in una camera d’albergo e allora piegavo e ripiegavo con cura i centrini, le tende ricamate, chiuse nella tua valigia. Tua madre era in Polonia ovviamente, non l’ho mai conosciuta.  Nel viaggio di andata avevi incontrato una donna di Tomaszow, Tomaszow è un posto terribile, per me significa solo sventura. Fumoso e sporco mi ha riferito la mia amica Katarina. Al bar finiva a botte, la promiscuità erano risse, bottigliate, cose di questo genere. Ancora le mie foto resistevano alle pareti, di una stupida innocenza.  Le ho rotte in mille pezzettini, quelle insieme alle altre, la tua valigia gettata in strada, ho visto le mie tende, i miei regali, i miei centrini, lavorati da tua madre che non ho mai visto, strisciare sotto il ventre di un gatto, di un randagio, un cumulo di mondezza. Me le vedo davanti persino adesso, erano blu, verdi, marroncine. Con quali strani esotici colori polacchi avevo già ammantato la mia casa. Non era il tempo, sarebbe venuto e andato via molto presto.

eravamo vivi, fratello

Sento le risa di mio figlio, di là, che mi riconducono a una gioia primitiva o a una leggerezza ancora innocente. Sembra molto facile esserci. Niente di più avventuroso, ma vi scrivo nel momento della penombra. Stamattina appena sveglia ero arrabbiata, così arrabbiata, pensavo alle meschinità subite, ai soldi che qualcuno mi deve. Era la stessa rabbia forse di G.?

No, credo che lo fosse appena, e G. lo era peggio, di più, perché era solo. Leggo tutti i suoi status, aveva qualche anno più di me, era ambizioso, una personalità forte, non strutturalmente portato alla debolezza. E invece la stima per eccesso di fiducia non ha mantenuto le promesse. Ho in testa alcuni post che leggo nella sua pagina, uno in cui scrive di ascoltare Joe Cocker, bere una grappa, fumare, mentre il mondo va a fanculo, scrive. Non era un delirio. Era lucido, era solo, non so quale segreta costernazione induca al coraggio, a sparare, quale coraggio induca all’irreversibilità. La mia amica oggi ha usato questa parola: irreversibilità. Abbiamo concordato entrambe sulla responsabilità morale, sui mandanti morali, non è la crisi la crisi. G. è morto perché è stato tagliato fuori, come è andata per me a suo tempo. Non troppo giovane per ricominciare, già stanco forse per ricominciare? Ma dove, poi. Non troppo vecchio per congedarsi. Così hanno preso e ci hanno ridotto a carta per avvoltolare il pesce, eravamo merde di cui liberarsi. Lo hanno fatto, senza considerare il danno. La violenza dei mediocri, che è supina, silenziosa e correa, ha fatto il resto. Il sistema di eliminazione è una struttura deteriore di quel luogo dove abbiamo lavorato con G. per anni. La mortificazione non ci ha vinto per anni, lo ha realizzato a scaglioni dopo. Io sono stata una salvata, lui no. Io sono qui, lui no. Un tale lo ha preso molto metaforicamente per la collottola e lo ha sbattuto in strada, dicasi per me. Non siamo troppo giovani, non siamo troppo vecchi. Con G. sedevamo un pomeriggio d’estate agli ultimi posti della cavea del Teatro Greco, seguivamo una tragedia, ne avremmo scritto per quel giornale siciliano, che ci ha traditi a oltranza, con scrupolo, fino alla fine. Eravamo giovani, i nostri occhi brillavano di futuro, avevamo carne e sangue a pulsarci sotto la pelle. Eravamo vivi, fratello.