“Maledetti vi amerò”

di Sergio Gilles Lacavalla

Sono ancora tutti lì. Non te li togli dalla testa. Meglio: non riesci a toglierteli di dosso. Sono giorni che ho finito di leggere “Sangue Di Cane” di Veronica Tomassini, l’ho letto girando per una Roma di pioggia e strade infangate, fermandomi da qualche parte alla prima apertura di cielo, una panchina, su un autobus dall’odore di abiti bagnati, il tergicristallo che cigola, le porte che aprendosi lasciano entrare lo sporco umido della città, in giro come un’anima in pena, e sono giorni che i suoi personaggi mi seguono, mi sono addosso. Sì, proprio addosso (per questo dicevo che non te li togli da dosso, mica voleva essere in senso figurato, figuriamoci). Quanti ne ho incontrati di quegli uomini, di quelle donne dell’Europa dell’est raccontati in questo capolavoro di romanzo. Il miracolo di un libro dalla bellezza fatta di grande scrittura (lo stile, signori, lo stile è tutto) e del dono della sua umanità. La mano protesa a chiederti qualcosa. Odore di alcol e d’abbandono. Addosso. Vorresti mandarli via dallo sguardo, poveri esuli della malinconia e della sfortuna. Della disgrazia. Cancellarli dalle pagine. Dai sensi. Ma come fai. Anzi no, in fondo vuoi che ci restino, lì con te. Perché, ancora in fondo, ti somigliano molto più di quanto tu creda. Sono quello che potresti diventare un giorno quando anche questo sistema economico, come è stato per quello socialista, crollerà su se stesso. Messaggeri di un futuro prossimo venturo. Sono quello che siamo stati in un passato neanche tanto lontano (agli accattoni pasoliniani non si sono forse sostituiti questi polacchi?). Ma non è solo questo, è che alla fine li ami come lei, la protagonista del libro, “Una ragazzina nei modi, e forse anche una donna […] Statura media, carina, sguardo acquoso, gambe fragiline, magre troppo magre, taglia seconda di reggiseno. Capelli lunghi. Scuri. Graziosa. Italiana. Di Siracusa”, ha amato il suo bel polacco alcolizzato. Un bel pezzo d’uomo, non si può negare. Il più bel polacco dei semafori, “Slawek, Slawek Raczinsky di Radom, Polonia”, che chiede solo «“poco spicci”. Mio angelo. “Poco spicci”». Angelo mio, salvezza mia, mia dannazione eterna. Poco spicci e tutto l’amore che se non c’è lui muore. Se lei lo lascia, lui muore. Muore davvero. Lo dice piangendo, Slawek. Bagnato di lacrime, urina e alcol. I polacchi di Veronica Tomassini muoiono tutti – come, alla fine, moriamo tutti noi: col corpo distrutto dalla vita; solo che loro lo fanno prima e, spesso, peggio, tra vomito e sangue. Malattie e suicidi. Sporcizia e promiscuità. Proprio per questo ti riconosci in loro più che per altro e più che in tutti gli altri che ti sono vicino, nel tuo bel mondo ordinato e per bene che nasconde goffamente il male. La letteratura come rappresentazione della verità ultima dell’esistenza su questa Terra – dell’aldilà, ne riparleremo. Quella che ti mette la faccia davanti allo specchio e, dietro alla tua faccia, tutti i volti di chi, vuoi o non vuoi, ti somiglia proprio. È inutile che stiamo a fare differenza, noi e loro. Che illusione! Che inutile menzogna! Splendida scrittrice, Veronica Tomassini!  L’ho già detto. Con una lingua che ti dà i brividi, lingua altissima e complessa, lingua diretta. Tra la poesia e il realismo. Potresti pensare a certo realismo russo e a Louis-Ferdinand Céline o Curzio Malaparte come a Mohamed Choukri e Victor Hugo, Charles Dickens e Bertolt Brecht. A tutto un universo letterario dalla parte degli umiliati e offesi. La parola della Tomassini ti trascina dentro le sue trame di disgraziati piegati dalla Storia e dalle loro storie: tutti ex, ex mariti, ex mogli, ex operai, ex contadini, ex qualche altra cosa e ora solo infelici reduci. Storie di uomini e donne ridotti al loro grado zero, ai bisogni primari: mangiare, freddo, sesso, cagare. E vodka. Quell’alcol che li rende violenti e li inzuppa come l’acqua e fango di un’alluvione restituendoceli con gli abiti lacerati. Stracciati quanto i loro corpi di piaghe e pustole, neri di cancrena, abitati dai pidocchi. Con la rogna. Corpi che buttano sangue da ogni buco. Senza più certi organi. Sono esseri orrendi. Sono sublimi. Sono meschini, gaglioffi, farabutti, miserabili e generosi. Aborti di un paese dell’est distrutto e figli malati della carità dell’ovest. Poveri Cristi in croce che hanno rinunciato al Regno dei Cieli perché, quando gliel’hanno dato in Terra chiamandolo comunismo, questo non era che l’inferno che alla sua inevitabile conclusione li avrebbe fatti emigrare verso un altro inferno. Quello dei malati di clandestinità, nostalgia e di bisogni. Una panchina per buttarsi (buttarsi, sì è questa la parola giusta) svenuti quasi morti (e poi c’è chi ci è morto davvero, su quella panchina) quando troppo ubriachi per stare in piedi. Una casa-bordello. Una casa di anime morte. Grotte buie nascoste al termine della notte, con gli abitanti che si trascinano sfiniti, raggomitolati in un angolo. Poveri Cristi, certo, ma, più che Cristi, verrebbe da pensare ai ladroni: il ladrone al fianco del Cristo in croce. Entrambi martiri: dove martire sta, dal greco, per testimone. Veronica Tomassini è testimone di questa tragedia: da grande scrittrice si fa martire. “Sangue di Cane” è testimonianza e, come ogni vera storia d’amore, è una storia d’amore disperata e assoluta, quasi grottesca, quasi patetica, sempre sublime e necessaria. Romantica più di ogni altra. “La saga polacca” di cui sentire nostalgia. L’unico rimedio al vuoto, a una vita di nulla, o da nulla. Ripenso a William Faulkner che diceva “tra il dolore e il nulla scelgo il primo”. Ma a volte pensi anche, chi te lo fa fare? Però capisci che quel vuoto è insopportabile. Vorresti una certa normalità. Ma cos’è la normalità? “Se non piove, stendo il bucato. C’è una maglia che si è ingiallita”. C’è una tristezza infinita nel giallo di quella maglia. “Ma forse non pioverà”. Senza di me lui muore, non ce la fa, senza di me, lo dici, lo sai. Forse non è così. Ma ora non puoi farne a meno. Ci sei dentro con tutte le scarpe, bella. C’è tutto il dolore di questo mondo, in “Sangue di Cane” di Veronica Tomassini. C’è pietà. C’è misericordia. C’è il tentativo di uscire dall’orrore e dalla miseria, dalla dipendenza da questa vita infame. E c’è, nonostante tutto, forse proprio per questo tutto, la necessità di un’infinita bellezza. La donna di Siracusa, “puttana albanese”, per qualcuno, e Slawek, il semaforista polacco, sono bellissimi.  “Ora rimpiango la mia saga polacca, mi manca il terreno sotto i piedi” dice lei.

 

Sergio Gilles Lacavalla. Scrive libri e drammi per il teatro. Il suo ultimo volume è “Rockriminal Murder Ballads Storie di Rock Balordo e Maledetto” (Coniglio Editore). Il suo ultimo dramma è De Par Le Roi Du Ciel.

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5 thoughts on ““Maledetti vi amerò”

  1. Grazyna

    Raczinsky – povero cognome… In polacco potrebbe essere “Raczyński”. Come si può sostenere di conoscere un Popolo, senza conoscere minimamente la sua lingua?
    I “testimoni” non dovrebbero cercare di essere fedeli?
    Pietà! (sic!)

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