la letteratura deve raccontare quest’altra Sicilia.

di Concetta Bonini

Da quest’angolo, come si posa il tuo sguardo su
Siracusa e la Sicilia?
Questa terra ha cambiato i connotati: le cose nuove si sono
già insediate e hanno già creato un profilo completamente
diverso, determinando uno stravolgimento in un
consolidato paesaggio, nei suoi abitanti, nelle sue dinamiche.
L’immigrazione rappresenta un movimento epocale di uomini
che ha definito nuovi confini. È finita la Sicilia di Bufalino,
quella delle trazzere o delle bocche murate: ora la letteratura
deve cominciare a raccontare quest’altra Sicilia. Già negli anni
Novanta io assistevo a tutto questo, convinta che gli altri
non vedessero: già allora ho sperimentato questa discesa
agli inferi in un mondo di eroi capovolti, eroi che morivano in
una guerra sotterranea di cui quassù nessuno si accorgeva.
Adesso ci sono praticamente caduti in braccio e abbiamo
capito di essere costretti a prendercene cura.
Nel libro c’è un bambino e c’è anche nella tua vita: a quale
di questi mondi appartiene il vostro rapporto?
Mio figlio si chiama Patrick e il suo cognome è una sequenza
di consonanti: da piccolo mi rimproverava chiedendomi
perché non l’avessi chiamato semplicemente Salvo, oggi mi
rimprovera più frequentemente il fatto che desidererebbe una
mamma come le altre. Però, la maternità: anche quella ha dato
un grado di maturità e di bellezza alla scrittura. Facendo la
somma di tutto, ciò che ho imparato in questi anni è la
pietà, ciò che ho guadagnato è la capacità di provarla,
scoprendo che è il sentimento più bello in assoluto. È quello
che da risorse ed è capace di compiere prodigi: a cominciare
da quello di farci continuare a credere nell’uomo, malgrado tutto.

(tratto dalla rivista Freetime)

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