Monthly Archives: March 2014

Le parole di cuore di Serino

Della parola ne ha fatto un mestiere. Può e sa usarla come crede, è la spada che sgretola il ghiaccio, è la rivelazione del talento, un imprimatur determinante (bè per molti Serino lo è stato), oppure lo strumento che salva. Da tremare in fondo se si è autori in qualche maniera e lui, Gian Paolo Serino, uno delle firme più irriverenti della critica italiana. Lo intervistiamo perché stavolta la parola che salva per Serino diventano le “Parole di cuore”.

Gian Paolo Serino, direttore editoriale e fondatore di Satisfiction, critico, collabora con i maggiori quotidiani e magazine dedicati alla letteratura. Ogni giovedì parla di libri su R101

Gian Paolo Serino, direttore editoriale e fondatore di Satisfiction, critico, collabora con i maggiori quotidiani e magazine dedicati alla letteratura. Ogni giovedì parla di libri su R101

Di che si tratta Gian Paolo Serino, cosa sono le “Parole di cuore”?
R. Parole di Cuore Satisfiction parte dall’idea che la Cultura possa incontrare ed aiutare la malattia. Possa trasformarla, pur nella sua crudeltà, in un momento di crescita. Proprio per questo ho ideato “Parole di cuore”: ogni giovedì uno scrittore incontra i bimbi dell’Istituto dei Tumori. Satisfiction, in collaborazione con ZeroConfini Onlus, porta ogni settimana gli intellettuali milanesi a dialogare con i bambini, a raccontare storie e, in molti casi, a crearne di nuove. Io sono stato molto critico nei confronti dell’ambiente culturale ed editoriale italiano, chiuso com’è nei suoi salottini Asor Rosa. Molto spesso, paradossalmente, proprio gli intellettuali sono le persone più aride e bacchettone che abbia mai incontrato, mentre la letteratura, per respirare e far respirare, dovrebbe essere rock. In questo caso, e siamo già alla seconda edizione, mi sono ricreduto. La Milano della Cultura sta tornando la Milano con il cuore in mano. E Dio solo sa quanto ce ne sia bisogno.

Chi ha partecipato?
R. Sono tantissimi gli scrittori e i giornalisti culturali che hanno partecipato e che parteciperanno alla terza edizione (che già stiamo programmando). Ci sono tutti i nomi dei maggiori scrittori milanesi: sarebbe un torto nominarne solo qualcuno e una lista troppo lunga per non annoiare il lettore. Ma a loro, a questi scrittori eroi vanno tutti i ringraziamenti dei bimbi. Come è facile immaginare non è facile rapportarsi con la malattia, specie se infantile. Ti tocca il cuore, ma te lo cambia. Quello che cerchiamo, e ad oggi ci siamo riusciti, è che questi incontri diventino un’occasione di dialogo. Che arricchisca sia i bimbi che gli scrittori. E ho visto personalmente scrittori diventare grandi dopo un incontro con i bambini. Quindi, forse, il grazie va proprio ai bambini.

Prossimi appuntamenti (non ti chiedo la ragione, ma “Parole di cuore” sono una grande metafora…)

R. La nostra speranza, e ci stiamo già organizzando, è che altri scrittori e altre associazioni raccolgano il nostro invito e facciano altrettanto nelle loro città. Parole di Cuore è un’idea di Satisfiction, ma appartiene a tutti. Chiunque può riprodurre l’idea: ci renderebbe davvero felici ed avremmo raggiunto il nostro scopo. Magari tanti critici e scrittori, al posto di partecipare a congressi accademici o a ritrovi illetterati, potrebbero trovare il tempo di tornare bambini, aiutandoli. E magari crescere. Tutte le informazioni, comunque, le trovate su http://www.satisfiction.me

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ai miei fratelli di Enna

A te Salvatore – che ti sei alzato e con quella musica ballavi per me, per noi, era la musica che sgorgava da Calin, dal suo talento, dalla sua timidezza – e a tutti gli altri dedico questo breve scritto. Ricordo ogni dettaglio dei vostri volti, dei vostri cuori. Salvatore, quanta tenerezza, era come se ti avessi già conosciuto e abbracciato di una compassione e di una pietà che ancora non so spiegare, perché non è la mia, lo è adesso però. Ti spiego e vale per tutti voi amici, fratelli della casa di Enna, è stato il Padre a costringermi a guardarvi con il Suo Sguardo, soltanto per quei momenti e forse un pochino ho capito di quanto amore Lui ci ami. Così vi guardavo, costretta dal Suo amore. So come Lui vi ama. E quelle parole che mi sono state suggerite da Lui ne sono ancora una testimonianza. Non ridete di me, la predicatrice, soltanto volevo dirvi quanta Grazia ne ho tratto, quanta speranza per ogni giorno che verrà. Non so ma dovevo parlarvi così, non ho mai parlato così tanto, mi ha detto mio padre, era quel signore seduto tra voi. Non ho mai parlato così tanto amici.
Jezu, ufam tobie.

non sono una che fa tante storie

Al tempio torno una mattina. In borsa ho il diario maledetto, la storia di Christiane, voglio rileggerla. Ci sono le solite anziane, una mi sorride appena mi vede, mi avvicino, le siedo accanto, sono impaziente, per questo merito ogni attesa, esercizio di virtù. Non ho un centesimo in tasca le dico, e lo ripeto perché nel frattempo si avvicina una vecchia rom, stende la mano, vuole un euro, non posso, non ho un centesimo. Invece le consegno un mucchio di monete. Mi guarda sgomenta anzi irritata. Bisogna invertire i fattori, x e y non si contendono più alcun primato. X: sta di qua, è questo mondo sbracato, ammorbato dai suoi stessi miasmi e con le tasche rivoltate; y: sono loro, gli infausti, i nostri terribili ammonitori, i poveri, i mendicanti, i rom, chi si è messo dall’altra parte comunque sia. L’anziana mi chiede notizie dell’ebreo. Poi mi stringe con un braccio tremolante, si fa venire le lacrime, dice che devo accettare i soldi dell’amico, dell’ebreo. Non sono una che fa tante storie. La rom continua a chiedere, la seguo con lo sguardo fino a che non svolta per una via del quartiere. Poi di colpo sento uno strano brivido salirmi per la schiena e improvvisamente mi coglie l’estraneità e una specie di sussulto, non so come spiegare, una solitudine terribile, non collocabile, alla fine una gran sete. E non riesco mai a tradurre veramente questo stato d’animo. Ma in fondo non mi importa di farlo. E questi li chiamo giorni.

u cavalere

Andrea lo chiamavano u cavalere, il cavaliere, non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito. Era un ragazzo veramente, ma rovinato, come gli altri. Aspettava il tizio nel solito posto, dietro le case gialle, mentre i bambini giocavano a pallone e non andavano a scuola. Pensavo allora a Atze o Lufo, i ragazzi del Bahnhof Zoo. Avevo sempre loro nella testa. Andrea veniva dai palazzi dei Mao Mao, quanta crudeltà in quei nomi dati alla miseria, i palazzi dei Mao Mao erano orinatoi. Facevano ombra l’un con l’altro malgrado sorgessero al centro di un deserto, in prossimità del mare. Ingeneravano crepuscoli. Oggi ne scriverei trattati sul loro stesso simbolismo. Andrea avanzava lugubremente la sera, i condomini tacevano finalmente, la loro umanità pregna di rancore. L’ultimo quartino lo finiva nell’androne, poi infilava la siringa in una crepa e scalciava il flacone con una rabbia rallentata dal flash che saliva subito, come una calda marea, un’esplosione di luci stellari e fiumi placidi che si mischiavano al mare all’oceano. Andrea allora diventava grande, persino migliore, finché non arrivava il colpo di sciabola alla schiena, i brividi, lo stomaco in gola. Mazzarruna o Rudow o Gropiusstadt, mischiavo la medesima stolta concezione della collettività che mi colpì quando lessi la prima volta il diario di Christiane. Massimo era diverso, non era brutto e rancoroso come u cavalere. Massimo non spacciava, aspettava il suo buco, non temeva la fine, immaginava di curarsi un giorno, dimenticava il mio compleanno. Il sole a Mazzarruna aveva uno strano colore.

© Veronica Tomassini

i giorni di Mazzarruna

I giorni di Mazzarruna erano il silenzio polveroso di mezzogiorno, quando le tende ai piani, luride, grezze, si gonfiavano al vento di Levante. Romina ascoltava dalla radiolina la musica melodica di un tale, un ambulante con la passione per la canzone napoletana. A Mazzarruna si cantavano le canzoni napoletane. I ragazzini giocavano in cortili bianchi che si gettavano nella campagna fino a incontrare il terrapieno e la fogna nei canaloni. Le ciminiere ottenebravano l’orizzonte attraversato da navi petroliere. Romina fumava e cantava una canzone con un ritornello sentimentale, non aveva a chi dedicarlo. Io sì. Le campagne si affossavano in calanchi, irregolari e anche maestosi. Nessuno di noi aveva un lavoro. Qualcuno aveva smesso di studiare, qualcuno non aveva nemmeno provato a immaginarsi diverso.

Mazzarrona, i miei deserti

Mazzarruna

I ragazzi delle case gialle spacciavano poco più in là. Pensavo a Massimo, lo vedevo concludere i suoi affari, colpevole e fragile. Pensavo che un giorno sarebbe corso da me mostrandomi le braccia pulite, senza piste. Lo pensavo pieno di vita, appassionato, agile, forte. E invece procedeva sempre così malandato, ricordandosi appena il suo debito con gli altri, esserci e dimostrarlo. C’è chi mi ricorda oggi che Mazzarruna è un’altra cosa, sono cooperative e urbanizzazione civile. Oh bene, dico. Allora Romina fumava il fumo delle case gialle, che era sempre buono, diceva. Dall’ultimo piano lanciavano i quartini, le macchine o le moto sapevano aspettare senza fretta. La gente dentro si moveva appena, la circospezione era l’arte da apprendere appena mettevi piede a Mazzarruna. Avevo letto Christiane, i suoi androni, Gropiusstadt non era così diverso nella desolazione e nella mestizia, la più nera la più misera. Capivo i fatti di ero, come lei. Romina non si faceva. Gropiusstdat. Non ascoltavamo David Bowie. Le canzoni di Mazzarruna raccontavano quegli uomini primitivi, erano tristi come le sedie spaiate in casa di Romina. Gropiusstadt.

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency, Milano

La regina delle stronze

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L’anomalo caschetto

Sono io. E adesso invito a nozze la signora Grazyna/Elzbieta, mia affezionata ammiratrice. Non starà più nella pelle, le ho servito l’insulto su un vassoio d’argento. Nelle mie intenzioni sarebbe stato meglio un vespasiano, ma signora Grazyna si accontenti dunque. La prima cosa che ho incontrato a Siracusa, venendo da Napoli – ho abitato per anni in Campania, da bambina – ho incontrato dicevo la cattiveria dei coetanei. E’ anche un po’ una sfiga. Ricordo il condominio, palazzoni eretti come torri, sullo sfondo il fumo delle ciminiere di Priolo dove lavorava mio padre. Frequentavo la terza elementare, sapevo fare la ruota e la verticale, ero una brava ginnasta. Così le bambine, le più piccole, che giocavano nel cortile di questo condomino disumano, concepito da una mente criminale, correa di istigare alla nullità chiunque, forse, o all’inedia o alla rabbia, mi saltavano al collo, felici, perché parlavo con uno strano accento, portavo un anomalo caschetto e sapevo fare la ruota e la verticale. Le mie coetanee e anche quelle più grandicelle mi odiavano, un odio immotivato (mica tanto poi) simile a quello nutrito dalla mia affezionata Grazyna/Elzbieta. Poi diventammo amiche, sì. Ma all’inizio, quando scendevo in cortile e le bambine più piccoline, un nugolo di infanti,  mi correvano incontro con le loro risatine di cristallo (erano felici), le mie coetanee e quelle più grandicelle esultavano: arriva la regina delle stronze. Qualcosa di simile è capitato con certe ex compagne di liceo, la solitudine e la sofferenza procurata da adolescenti o da bambine è mille volte più crudele che da adulte, sappiamo. Ecco adesso vorrei essere sul serio la regina delle stronze, con il giusto dovuto meritato compiacimento.