u cavalere

Andrea lo chiamavano u cavalere, il cavaliere, non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito. Era un ragazzo veramente, ma rovinato, come gli altri. Aspettava il tizio nel solito posto, dietro le case gialle, mentre i bambini giocavano a pallone e non andavano a scuola. Pensavo allora a Atze o Lufo, i ragazzi del Bahnhof Zoo. Avevo sempre loro nella testa. Andrea veniva dai palazzi dei Mao Mao, quanta crudeltà in quei nomi dati alla miseria, i palazzi dei Mao Mao erano orinatoi. Facevano ombra l’un con l’altro malgrado sorgessero al centro di un deserto, in prossimità del mare. Ingeneravano crepuscoli. Oggi ne scriverei trattati sul loro stesso simbolismo. Andrea avanzava lugubremente la sera, i condomini tacevano finalmente, la loro umanità pregna di rancore. L’ultimo quartino lo finiva nell’androne, poi infilava la siringa in una crepa e scalciava il flacone con una rabbia rallentata dal flash che saliva subito, come una calda marea, un’esplosione di luci stellari e fiumi placidi che si mischiavano al mare all’oceano. Andrea allora diventava grande, persino migliore, finché non arrivava il colpo di sciabola alla schiena, i brividi, lo stomaco in gola. Mazzarruna o Rudow o Gropiusstadt, mischiavo la medesima stolta concezione della collettività che mi colpì quando lessi la prima volta il diario di Christiane. Massimo era diverso, non era brutto e rancoroso come u cavalere. Massimo non spacciava, aspettava il suo buco, non temeva la fine, immaginava di curarsi un giorno, dimenticava il mio compleanno. Il sole a Mazzarruna aveva uno strano colore.

© Veronica Tomassini

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