non sono una che fa tante storie

Al tempio torno una mattina. In borsa ho il diario maledetto, la storia di Christiane, voglio rileggerla. Ci sono le solite anziane, una mi sorride appena mi vede, mi avvicino, le siedo accanto, sono impaziente, per questo merito ogni attesa, esercizio di virtù. Non ho un centesimo in tasca le dico, e lo ripeto perché nel frattempo si avvicina una vecchia rom, stende la mano, vuole un euro, non posso, non ho un centesimo. Invece le consegno un mucchio di monete. Mi guarda sgomenta anzi irritata. Bisogna invertire i fattori, x e y non si contendono più alcun primato. X: sta di qua, è questo mondo sbracato, ammorbato dai suoi stessi miasmi e con le tasche rivoltate; y: sono loro, gli infausti, i nostri terribili ammonitori, i poveri, i mendicanti, i rom, chi si è messo dall’altra parte comunque sia. L’anziana mi chiede notizie dell’ebreo. Poi mi stringe con un braccio tremolante, si fa venire le lacrime, dice che devo accettare i soldi dell’amico, dell’ebreo. Non sono una che fa tante storie. La rom continua a chiedere, la seguo con lo sguardo fino a che non svolta per una via del quartiere. Poi di colpo sento uno strano brivido salirmi per la schiena e improvvisamente mi coglie l’estraneità e una specie di sussulto, non so come spiegare, una solitudine terribile, non collocabile, alla fine una gran sete. E non riesco mai a tradurre veramente questo stato d’animo. Ma in fondo non mi importa di farlo. E questi li chiamo giorni.

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