Morti nella Gloria

Il Lunedì dell’Angelo. Siete tutti fuori, immagino, avrete un luogo dove andare, gente con cui incontrarsi, una qualche forma di socialità da rispettare.
Ieri il mio amico è morto nella Gloria. Non aggiungo: invece. C’era da aspettarselo. E mentre chiedevo di lui – seduta nel baretto dove nel tempo con lui parlavamo di cose, di noi, di un nuovo amore per ciascuno, come ragazzini, e mentre lui ci credeva e io no, trascorrevamo le ore – dicevo da quello stesso baretto mentre chiedevo di lui al conoscente, distrattamente ho notato la macchina funebre attraversare la strada del tempio, e lui era dentro, il mio amico scrittore. Molto veloce scabro, persino grottesco, il modo in cui ho intercettato l’amico, oramai dentro la bara. Non ho avuto il tempo il desiderio l’animo di far qualcosa di altro, tipo alzarmi in piedi e fare il segno della Croce, o dedicargli un pensiero e dire sommessamente tra me: ciao A. Non è ancora il momento di raccontare di lui. Le immagini sono terribili, cioé stamane mi sono svegliata piena di angoscia, con in testa immagini terribili. Sono anni strani, ho un destino strano e non dirò avverso. Ma ho visto creature ridursi alla mostruosità per anni, giovani morire di qualche dipendenza, negli ultimi anni ho visto i morti di alcol. Sono abbastanza stanca, con tutto l’egoismo, persino battendomi il petto, ammetto: sono stanca. Di cosa? Del dolore degli altri, del peso del mondo, della miseria, di quel che avrebbe dovuto nutrire la mia scrittura – con tutto l’egoismo – e ha contagiato la vita e mi ha tolto moltissimo, e ridato in altra ragione, per nobili vie, di cui talvolta vorrei scardinare i ciottoli. E sbaglierei davvero. E mentre scrivo, il mio amico A. rifulge nel giorno della Resurrezione, lui quando è morto è già nato ancora, dentro l’alba la vera alba della speranza, scuro nel corpo mortale, irrigidito nella delusione terrena, indotta falsamente dalle cose del mondo. Negli anni avversi e insieme di tripudio ho smarrito la sostanza di quel che io fossi, ed è stata una gran fortuna, tutta presa a riconoscere la defezione e la devastazione nei corpi lesi gonfi. L’alcol violenta ogni bellezza e ho visto bellissimi volti. Vorrei ricordarli tutti così perfetti, gli occhi azzurri di Irene o di Szimek o Yurko. Non parlo ancora del mio amico scrittore, di quel che ho appreso, quando mi chiederanno se sia morto con dolore, per mio sollievo, non saprò rispondere.

io e il caro A.

io e il caro A.

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