Monthly Archives: May 2014

Trent’anni in otto libri

di Marina Bisogno

Marina Bisogno è giornalista pubblicista. Lavora nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche, ha collaborato per anni con la pagina culturale del Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Se non legge, scrive. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, il blog  C’è vita su Marte. Suoi racconti sono on line su Unonove.

Marina Bisogno, giornalista, ha collaborato per anni con il Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, il blog C’è vita su Marte. Suoi racconti sono on line su Unonove.

Esistono svariati criteri per raccontare un libro. Da anni mi diverto a scrivere consigli di lettura, mi concentro sui punti di forza di un testo, sull’opportunità di buttarcisi dentro. Adesso, in questo post, imbocco un’altra direzione, personale: associo alcuni momenti dei miei trent’anni alla storia che leggevo nel frattempo. Una specie di tracklist libraria. I titoli che ho tirato fuori dal cassettone non sono tutti altisonanti, precipui per la formazione. È una scaletta pop la mia, tra letteratura e narrativa.

Eccola:

 Piccole donne di L.M. Alcott

Non avevo compiuto dieci anni. Ero una bambina irrequieta, anche taciturna, già prigioniera dei miei giorni e dei miei non luoghi. Mia madre mi regala il romanzo. La magia si compie in un attimo. Vivo con le quattro sorelle, la noia, sentimento spaventoso, sfuma. Si spegne.  Già radicata nelle fiabe e nelle favole della prima infanzia, prende forma una passione, oggi un modo di essere. Piacere: mi chiamo Marina, ho 30 anni e mi nutro di storie.

 

La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini e Di noi tre di Andrea De Carlo

A scuola leggo Pavese, Pascoli, Leopardi, Foscolo, Quasimodo. A casa l’adolescenza corre sulla parole di Dacia Maraini e di Andrea De Carlo. Le frasi, i punti di vista alimentano la mia coscienza, senza ingrassarla. Stuzzicano l’osservazione. Cresco e leggere conta più che mai.

 

La fine è il mio inizio di Tiziano Terzani

La laurea è vicina e ho ripreso a leggere libri, oltre quelli didattici. Ritorno ai romanzi e ai racconti dopo la storia con L.: ho un sacco di tempo libero, e il cuore ammaccato. Cerco un’indicazione, una parola di conforto e una sferzata. All’università un amico si accorge che ho una predisposizione per la scrittura. Mi consiglia questo libro. Poi ci laureiamo con il massimo dei voti. Dietro di noi un carosello di mattinate a discettare di viaggi, di vita, e di notti nel cuore di Napoli a ballare e a sorseggiare birra. È il tempo delle parole, delle citazioni dai romanzi prediletti e delle canzoni rock. Ho 25 anni e tutto va bene.

Le affinità elettive di Goethe

L’edizione Fabbri spunta da una scatola rossa disseminata di pout pourri. M.M. mi porge il romanzo per stabilire un contatto oltre le chiacchiere: è l’inizio della nostra affinità. Quella che attendevo, zitta.

 Camere separate di Pier Vittorio Tondelli

Giorni a inseguire un sogno: essere altro da quel che faccio, frattanto che spreco le energie in un Tribunale. Voglio solo scrivere, e soffro.  “Camere separate” e Tondelli mi confortano. L’estraneità di Leo rispetto alle convenzioni, ai si deve fare perché così fan tutti, è la mia.  Più il personaggio di Leo viaggia dentro e verso se stesso, più arranco, più non riesco a staccarmi dalle pagine, col rischio di dimenticarmi di scendere dal treno. Capisco che senza storie non esisto, che la marginalità non è sempre un male, che il silenzio genera storie.

Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo

Estate 2013, Napoli è una cappa di sole e umidità. Pare ci sia un coetaneo che fa lo scrittore, è bravo mi dicono, ha scritto una storia bella, ambientata negli anni Venti, ma pare attuale. Racconta di attivismo politico e di giornalismo, di libertà di espressione, di cultura, di coscienza civile. Le parole di Paolo Di Paolo sono di luce. Le leggi e impari, le leggi ed introietti un mondo. Vado in spiaggia e Moraldo, voce narrante, e Piero sono con me.

Il commesso di Bernand Malamud

Dicono che a trent’anni hai il mondo in pugno, che non hai più scuse, che devi fare il possibile per essere ciò che vuoi. Io questi proclami cerco di onorarli, ma non è tutto così automatico. Mi ritrovo con domande complesse, e le solite risposte neanche le ascolto. È il 25 aprile di un anno qualsiasi e vado in libreria, tanto per cambiare. Cerco segnali tra gli scaffali e scelgo “Il commesso”. Scelgo la semplicità, la bellezza delle verità assolute che passano attraverso la sofferenza. Scelgo la vita e la letteratura.

E voi, se vi chiedessero di abbozzare la lista dei libri che hanno accompagnato certi giorni, cosa raccontereste? Sono proprio curiosa!

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Lezioni di umiltà: questa lettera è per Francesca Barra.

E’ bastato davvero solo uno scambio di mail con Francesca Barra per rendermi conto di quanto sia sciocca certe volte, soprattutto quando perdo di vista l’umiltà. Io che di solito – come una posa – ne ho fatto bandiera, fino a rendermi odiosa, non umile, leziosamente modesta. Francesca ha scritto un libro “Tutta la vita in un giorno” edito da Rizzoli, ambientato nelle retrovie dei senza tetto, dei poveri, di quella povertà fisica e morale che è tutto sommato la mia poetica. Sono stata ingiusta con lei, cattiva sì, come non sono nella vita di tutti i giorni, invece di gioire del fatto che entrambe conducevamo la medesima battaglia, e che la popolarità di Francesca quella causa casomai avrebbe soltanto aiutato.

Mi sono fatta influenzare dalle parole di un amico e le “ho dichiarato guerra”. E’ così facile fare la pace, piuttosto, da bambine con l’amichetta del cuore o con l’altra più graziosa, ci abbracciavamo, alla fine di un litigio, con un misto di disagio, di risata o di pianto scemotto da bambine appunto.  Sono tornata indietro di anni. Allora Francesca mi è sembrata davvero incantevole, senza arroganza, come Amelie, lei dice; e infatti è vero, dice che crede ancora nella bellezza e nella generosità. Anch’io Francesca, voglio far pace. Quanti pregiudizi stupidi, ho perso di vista l’umiltà, e tutte le volte che accade perdo moltissimo altro. Non sono fatta per le guerre in fondo.

Questa lettera è per Francesca

Napoli: storie di ordinaria violenza (in sordina)

di Marina Bisogno

È pomeriggio a Napoli nei pressi dei binari della Circumvesuviana di piazza Garibaldi. Sono le 18.00 e fuori il sole batte ancora. È quasi estate, le giornate sono infinite. C’è folla: all’altoparlante hanno annunciato che il treno via Scafati per Poggiomarino è soppresso. Chi sbuffa, chi bestemmia, ma in fin dei conti “è cosa da niente”, perché da queste parti è subentrata una specie di abitudine.

Marina Bisogno è giornalista pubblicista. Lavora nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche, ha collaborato per anni con la pagina culturale del Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Se non legge, scrive. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, il blog  C’è vita su Marte. Suoi racconti sono on line su Unonove.

Marina Bisogno è giornalista pubblicista. Lavora nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche, ha collaborato per anni con la pagina culturale del Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Se non legge, scrive. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, il blog C’è vita su Marte. Suoi racconti sono on line su Unonove.

Quella perseveranza, anche ottusa, nei confronti dei disservizi, delle mancanze in generale. Sono anni che il servizio pubblico di trasporto annaspa, e i pendolari con lui. Però, questa è un’altra storia, per dirla alla Lucarelli.

Tra la gente (impiegati, studenti incollati allo smartphone, immigrati, turisti) in attesa del primo treno per i paesi vesuviani, ci sta pure un ambulante. Panciuto, vende accendini e kleenex.  Oscilla pigro, si accosta ai presenti. “Fazzoletti? Accendini?”. Tutto regolare, quotidiano. Finché arrivano cinque cani. Cinque ragazzi, sui venticinque anni. Segaligni, guappi furenti, con le gambe scoperte ed i polpacci tatuati. Uno – l’apripista – procede avanti. Gli altri dietro dietro.

Il primo abbaia una frase in napoletano stretto. Chiama l’ambulante e gli intima di avvicinarsi. Quello non si muove, è impalato. I mastini lo raggiungono in due secondi e lo picchiano: una scarica di mazzate fulminee, lo schioccare delle mani e un “ah” di dolore. Farfugliavano in dialetto di aree di competenza, di minacce, di ritorsioni più convincenti.  Dura un attimo. L’ambulante si rialza e i cani spariscono, padroni del tempo e dello spazio. Nel parapiglia, qualcuno domanda all’ambulante se ha bisogno di una mano. Gli altri, che fino ad un secondo prima erano ipnotizzati dalla scena, riprendono a chiacchierare e a navigare su Internet. L’ambulante ritorna in sé. Non pare neppure allarmato, almeno non più. Si rivolge ad un ragazzo che gli chiede spiegazioni.

Qualche giorno prima l’ambulante aveva intimato ad un altro di girare a largo dalla stazione, di lasciare perdere i binari e i viaggiatori. Poca ciccia per due. E quello, offeso, si è rivolto ai “bravi” per dare una lezione a chi osava suggerirgli dove smerciare.

Io vedo e ascolto.

Un ragazzo che non ha smesso di parlare al telefono mi chiede che è successo. Glielo spiego, ci provo. Lui ridacchia sollevato.

–          Cose loro, quindi

–          Cose loro, diciamo così.

Questi episodi, che scivolano via dagli occhi e dalla coscienza (come quando il parcheggiatore abusivo a sera, nel centro storico, si mette di traverso per impedire alle auto di uscire dai vicoli senza pagare), fanno male.

Cantante la bellezza di Napoli, cantate pure. Ma da queste parti bellezza fa il paio con violenza.

Sono rose e pugni.

È il dolce con l’amaro.

la guida sentimentale di Giusi Norcia

di Marina Bisogno

“La Sicilia è terra di contrasti folgoranti”.  Lo scrive Giuseppina Norcia, divulgatrice culturale, concentrata sui riflessi dell’antichità sulla modernità ed esperta di teatro classico, nel suo Siracusa. Diario sentimentale di una città, pubblicato da VandA.epublishing, che conta tra i partner anche Vicki Satlow (fra l’altro la Satlow è un’agente letterario tra le più note e rappresenta oltre cinquanta autori nel mondo). Il titolo anticipa i contenuti:  Giusi Norcia ha scritto una guida tra passato e presente su Siracusa, roccaforte greca e intrico di storie che ancora impressionano e influenzano i cittadini più sensibili, e i turisti.  La narrazione lascia spazio a codici espressivi giornalistici, storiografici e comunicativi: l’effetto è che il lettore si ritrova tra le mani una delle migliori guide, compilata a mo’ di vocabolario. Ogni capitolo rievoca un luogo, una leggenda, gesta fulgenti.  norciaLa città siciliana ha attirato uomini di cultura, storici, spiantati e ricconi. C’è chi la detesta e chi la ama, Siracusa. E tra questi ultimi campeggia pure la Norcia che si imbarca alla ricerca delle sue origini e forse anche di se stessa.  In mezzo ai resti di una civiltà ancora palpitante, vive la Sicilia, e l’Italia intera, che, là, in mezzo al mare, custodisce i suoi segreti.  Non è necessario essere siracusani o viandanti per leggere questo ebook: basta amare la chiarezza votata al racconto, funzionale alla conoscenza nel senso più veridico.

 

 

 

 

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Marina Bisogno è giornalista pubblicista. Lavora nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche, ha collaborato per anni con la pagina culturale del Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Se non legge, scrive. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, C’è vita su Marte, blog socio-culturale. Suoi racconti sono on line su Unonove. Se le chiedessero di scegliere tra leggere e scrivere, opterebbe per la lettura, sempre. Vive in provincia di Napoli, ma sogna nuove esperienze.

 

Le domandone della Panicucci (Il Fatto Quotidiano)

Le domande erano di questo tipo: “Cosa direbbe alla madre dell’assassino di sua figlia?”, parliamo di un tizio con la fregola dei bastoni, ma eviterei i dettagli. La figlia è una giovane rumena, sappiamo dalla cronaca, sodomizzata con oggetti assurdi e seviziata da quel che si considera un bischero, via (tant’è, ho fatto una bischerata, riferisce l’idraulico maniaco di Firenze agli inquirenti, nda). La donna rumena è morta, Federica Panicucci ha una lista della spesa pregna di domandone per la madre: “Cosa direbbe a sua figlia adesso se fosse ancora viva?”. La  madre in collegamento, vestita di nero, porta in seno tutta la disgrazia e la miseria di taluni paesi della Transilvania, ha il destino dalla sua a punirla, ci si mette anche la Panicucci versione giornalista o non so che col suo carico da novanta, sfiga su sfiga. Domandone. Grande sforzo degli autori per rispettare un codice morale che manco per niente (l’ordine dei giornalisti servirà a qualcosa?). Oppure ancora, altre domandone, gli autori si limitano a oltraggiare il senso comune della decenza (mica è la prima volta, il kitsch è un insulto al concetto di dignità in linea teorica o tout court); non si tratta di abbordare il gusto popolare, neanche significasse trattare con lo sciacquone del water tutte le volte. Però è evidente che l’assunto deve piacere parecchio: gusto popolare uguale tavoletta del water alzata. Fa senso, concordo. Dunque gli autori a questo punto procedono oltre ogni etica, sbattendosene di una certa deontologia o buon gusto o professione o amenità simili, la Panicucci a Mattino Cinque infatti incalza: “Cosa si aspetta dalla giustizia?”. Ecco, queste domande, come da manuale, vanno bene per tutte le occasioni, peraltro contengono già la risposta – facile, no? – perché sarebbe un bel dire altrimenti, cosa ti puoi aspettare Federica da una domanda del genere, permettimi. Risparmiaci.

Tacete tutti, oppure proposta: vi piace la zumba? Ballate allora. E’ un’idea. L’ippica? Oppure non so: chattate. Chiudete per inventario, datevi ai salotti, parlate del più o del meno, oscuratevi un momento per cercare di capire, per dirla con quella frasetta idiomatica usata spesso dalle signore della tv. Esempio: la Panicucci. E ti viene da chiamarla proprio così: la Panicucci, con un che di lezioso che ti inciampa sul palato. Ma davvero, oggi quel minimo di amor proprio, e che nonostante tutto mi par attenga a una qualche specie di virtù, mi è balzato nel petto quando, chiuso il collegamento tra la madre della giovane rumena uccisa dal serial e il resto delle truppe cammellate, si è udito franare nello studio imperscrutabilmente o scioccamente un applauso da piccolo show, con le lacrime della donna vestita di nero e “microfonata” zoomate in video.  Niente di nuovo, lo so. Mi è sembrata la fine dei tempi, tuttavia, un oscuramento da ultimi giorni, da fine impero, da Sodoma e Gomorra. Un ribadimento della deriva, della amoralità, di quel che è betise o peggio incapacità, il dissidio tra valore e disvalore, merito e chincagliere da far fagotto. Una domanda, stavolta la mia, alla Panicucci: quando dice “cerchiamo di capire”, vorrei capire: de che?

(L’originale nell’edizione cartacea qui: “Federica e il manuale delle domande indecenti” Il Fatto Quotidiano – pag.21 – 14 05 2014)

la lettera del professore Alagie e altre storie (Il Fatto Quotidiano)

(…)Lamen fugge in Italia, il Niger, le camionette, il deserto, le dune, il cimitero di ossa sotto la sabbia, i campi in Libia, il viaggio in barcone. Diventa uno stagionale, l’africano con un piccolo orso sulle spalle. Alagie, professore, laurea in scienze politiche, specialistica in studi islamici, giornalismo e lingua inglese, finisce in una delle tante sigle della costrizione, Cpt, cpo, cps, eccetera. Ma è vivo, ringrazia il governo italiano perché è salvo. Nella lettera leggo la storia di un professore, finito in carcere, ai lavori forzati, fuggito tre volte, ripescato tre volte, torturato tre volte. Il Senegal, la Nigeria, la Libia, i capo-villaggi, strani faccendieri, mediatori e così via. Forse il professore Alagie e il miliziano Lamen sono partiti con il medesimo barcone, non si sono mai incontrati. Alagie mi ha scritto una lettera ed è una specie di autocertificazione, una autodetermina sulla questione identità. Una provocazione a guardar bene, dire uomo e non aggiungere un qualche inciso di pietosa considerazione. “Sarei un professore, mia cara” in poche parole, le sue idee sono ideologie vorrei replicare, incantata. A nome di molti, non ultimo Celestine Emmanuel, nigeriano, firma eccellente del settimanale Eastern Pilot, scrittore di novelle e racconti morali, come il fortunato “The trials of Adanna” (Andason Pubblication, 2003). Libero pensatore . Dissidente. Gli hanno ucciso il fratello, si chiamava Chibuiki, le milizie cercavano lui. Sbarco del 2006, Portopalo. Aveva una piccola sacca, non era l’orso di Lamen, dentro teneva un romanzo di Baricco, “Oceanomare”, edizione italiana.
Celestine oggi fa il panettiere, l’ultima cosa che ha scritto è incompleta, titolo: “Benvenuti all’inferno”. Troppo generico, inferno è qualsiasi cosa. Celestine, senza presunzione, afferma che non teme alcuna priorità, dal Niger alla Libia e anche dopo, e ripete: welcome to hell.
(il resto qui: Vite randagie nei Cie siciliani – pag.2 – Il Fatto Quotidiano, 13 maggio 2014)

del libro di Marco Drago, di Vasco, della giovinezza

Mi gira nella testa un concetto che Marco Drago riprende più volte nel suo romanzo “La prigione grande quanto un paese”, è uscito per Barbera da qualche mese. Di quel che siamo stati un tempo, non saremo più, non resterà più nulla di loro (noi): giovanotti di vent’anni, giovanette, ragazze dico per me. Non è letterale, ne faccio quel che voglio, sto leggendo il suo libro (di Drago), finito direi. Bravo, i suoi compagni nel campus della prestigiosa Tuovg, lui, così scolpiti, veri, sentirli quasi tra le mani fremere di giovinezza. Oggi in macchina cantavo Toffee di Vasco, è ancora grande pensavo. Di colpo mi fermo e fisso i miei occhi nello specchio. Provo a sorridere e nel frattempo penso al castigo di quell’assunto: non saremo più. Non sorrido infatti.
Ma io mi sento una ragazza, all’incirca lo ero in questa foto qui.vent'anni Accendevo una marlboro e il mondo mi sembrava fantastico. Poi certo non sto a raccontare le scelte stupide, inutili. Però sono stata la ragazza che cantava Vasco, tutte le ragazze eravamo Sally, Toffee, dipende, le abbiamo attraversate tutte certe stanze, no? Non quelle del campus o delle Wohnheim, la mittleuropa intorno al deserto socialista, nella magra prospettiva di pianure e soli acidi, tedeschi esecutori del dogma, al limite, cambiavalute sudati, casermoni vuoti, cielo pesante sopra le nuche chine.
Ma io sono una ragazza. Eccomi, canto Toffee, con un vestito leggero, in riva al mare, come sognavo di aspettare Simon Le Bon da ragazzina, mai fatto niente del genere, vestito leggero, capelli ribelli sulle spalle, mare. Mai. E lui che arriva da in fondo a qualcosa ai miei desideri persino. Mai. Una sera di tanti anni fa, frivola come l’estate, ed era estate, raccolsi con un’alzata di spalle un biglietto lasciato sul parabrezza: occhi verdi, sei bellissima. Chi era? Ma non mi importava, anzi, non ero sicura che c’avesse visto bene. Vorrei consigliarvi un romanzo di iniziazione ed è questo di Marco Drago, per esempio.