Le domandone della Panicucci (Il Fatto Quotidiano)

Le domande erano di questo tipo: “Cosa direbbe alla madre dell’assassino di sua figlia?”, parliamo di un tizio con la fregola dei bastoni, ma eviterei i dettagli. La figlia è una giovane rumena, sappiamo dalla cronaca, sodomizzata con oggetti assurdi e seviziata da quel che si considera un bischero, via (tant’è, ho fatto una bischerata, riferisce l’idraulico maniaco di Firenze agli inquirenti, nda). La donna rumena è morta, Federica Panicucci ha una lista della spesa pregna di domandone per la madre: “Cosa direbbe a sua figlia adesso se fosse ancora viva?”. La  madre in collegamento, vestita di nero, porta in seno tutta la disgrazia e la miseria di taluni paesi della Transilvania, ha il destino dalla sua a punirla, ci si mette anche la Panicucci versione giornalista o non so che col suo carico da novanta, sfiga su sfiga. Domandone. Grande sforzo degli autori per rispettare un codice morale che manco per niente (l’ordine dei giornalisti servirà a qualcosa?). Oppure ancora, altre domandone, gli autori si limitano a oltraggiare il senso comune della decenza (mica è la prima volta, il kitsch è un insulto al concetto di dignità in linea teorica o tout court); non si tratta di abbordare il gusto popolare, neanche significasse trattare con lo sciacquone del water tutte le volte. Però è evidente che l’assunto deve piacere parecchio: gusto popolare uguale tavoletta del water alzata. Fa senso, concordo. Dunque gli autori a questo punto procedono oltre ogni etica, sbattendosene di una certa deontologia o buon gusto o professione o amenità simili, la Panicucci a Mattino Cinque infatti incalza: “Cosa si aspetta dalla giustizia?”. Ecco, queste domande, come da manuale, vanno bene per tutte le occasioni, peraltro contengono già la risposta – facile, no? – perché sarebbe un bel dire altrimenti, cosa ti puoi aspettare Federica da una domanda del genere, permettimi. Risparmiaci.

Tacete tutti, oppure proposta: vi piace la zumba? Ballate allora. E’ un’idea. L’ippica? Oppure non so: chattate. Chiudete per inventario, datevi ai salotti, parlate del più o del meno, oscuratevi un momento per cercare di capire, per dirla con quella frasetta idiomatica usata spesso dalle signore della tv. Esempio: la Panicucci. E ti viene da chiamarla proprio così: la Panicucci, con un che di lezioso che ti inciampa sul palato. Ma davvero, oggi quel minimo di amor proprio, e che nonostante tutto mi par attenga a una qualche specie di virtù, mi è balzato nel petto quando, chiuso il collegamento tra la madre della giovane rumena uccisa dal serial e il resto delle truppe cammellate, si è udito franare nello studio imperscrutabilmente o scioccamente un applauso da piccolo show, con le lacrime della donna vestita di nero e “microfonata” zoomate in video.  Niente di nuovo, lo so. Mi è sembrata la fine dei tempi, tuttavia, un oscuramento da ultimi giorni, da fine impero, da Sodoma e Gomorra. Un ribadimento della deriva, della amoralità, di quel che è betise o peggio incapacità, il dissidio tra valore e disvalore, merito e chincagliere da far fagotto. Una domanda, stavolta la mia, alla Panicucci: quando dice “cerchiamo di capire”, vorrei capire: de che?

(L’originale nell’edizione cartacea qui: “Federica e il manuale delle domande indecenti” Il Fatto Quotidiano – pag.21 – 14 05 2014)

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