Napoli: storie di ordinaria violenza (in sordina)

di Marina Bisogno

È pomeriggio a Napoli nei pressi dei binari della Circumvesuviana di piazza Garibaldi. Sono le 18.00 e fuori il sole batte ancora. È quasi estate, le giornate sono infinite. C’è folla: all’altoparlante hanno annunciato che il treno via Scafati per Poggiomarino è soppresso. Chi sbuffa, chi bestemmia, ma in fin dei conti “è cosa da niente”, perché da queste parti è subentrata una specie di abitudine.

Marina Bisogno è giornalista pubblicista. Lavora nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche, ha collaborato per anni con la pagina culturale del Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Se non legge, scrive. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, il blog  C’è vita su Marte. Suoi racconti sono on line su Unonove.

Marina Bisogno è giornalista pubblicista. Lavora nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche, ha collaborato per anni con la pagina culturale del Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Se non legge, scrive. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, il blog C’è vita su Marte. Suoi racconti sono on line su Unonove.

Quella perseveranza, anche ottusa, nei confronti dei disservizi, delle mancanze in generale. Sono anni che il servizio pubblico di trasporto annaspa, e i pendolari con lui. Però, questa è un’altra storia, per dirla alla Lucarelli.

Tra la gente (impiegati, studenti incollati allo smartphone, immigrati, turisti) in attesa del primo treno per i paesi vesuviani, ci sta pure un ambulante. Panciuto, vende accendini e kleenex.  Oscilla pigro, si accosta ai presenti. “Fazzoletti? Accendini?”. Tutto regolare, quotidiano. Finché arrivano cinque cani. Cinque ragazzi, sui venticinque anni. Segaligni, guappi furenti, con le gambe scoperte ed i polpacci tatuati. Uno – l’apripista – procede avanti. Gli altri dietro dietro.

Il primo abbaia una frase in napoletano stretto. Chiama l’ambulante e gli intima di avvicinarsi. Quello non si muove, è impalato. I mastini lo raggiungono in due secondi e lo picchiano: una scarica di mazzate fulminee, lo schioccare delle mani e un “ah” di dolore. Farfugliavano in dialetto di aree di competenza, di minacce, di ritorsioni più convincenti.  Dura un attimo. L’ambulante si rialza e i cani spariscono, padroni del tempo e dello spazio. Nel parapiglia, qualcuno domanda all’ambulante se ha bisogno di una mano. Gli altri, che fino ad un secondo prima erano ipnotizzati dalla scena, riprendono a chiacchierare e a navigare su Internet. L’ambulante ritorna in sé. Non pare neppure allarmato, almeno non più. Si rivolge ad un ragazzo che gli chiede spiegazioni.

Qualche giorno prima l’ambulante aveva intimato ad un altro di girare a largo dalla stazione, di lasciare perdere i binari e i viaggiatori. Poca ciccia per due. E quello, offeso, si è rivolto ai “bravi” per dare una lezione a chi osava suggerirgli dove smerciare.

Io vedo e ascolto.

Un ragazzo che non ha smesso di parlare al telefono mi chiede che è successo. Glielo spiego, ci provo. Lui ridacchia sollevato.

–          Cose loro, quindi

–          Cose loro, diciamo così.

Questi episodi, che scivolano via dagli occhi e dalla coscienza (come quando il parcheggiatore abusivo a sera, nel centro storico, si mette di traverso per impedire alle auto di uscire dai vicoli senza pagare), fanno male.

Cantante la bellezza di Napoli, cantate pure. Ma da queste parti bellezza fa il paio con violenza.

Sono rose e pugni.

È il dolce con l’amaro.

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