Monthly Archives: June 2014

la scrittura, secondo me

Leggevo un pezzo ieri, non cito autore e testata, non credo sia importante, chiudendo sull’ultimo rigo e riflettendo sul titolo usato, ho realizzato un’ovvietà eppure: chi scrive per mestiere sarà per sempre un archeologo di parole. Non dobbiamo smettere di cercarle. Comunichiamo con voi e saremo sempre funamboli allenati a raccontare la vecchia storia tutte le volte con una proiezione diversa. La vecchia storia è l’uomo. Nella prima redazione in cui lavoravo, giornale locale, costretta a resoconti noiosissimi, con titoli già conservati in cantina pronti a essere infornati – svoltasi conferenza dei servizi, stop al furto per abigeato, sorpreso ladro di polli, eccetera – per sopravvivere escogitai un pensiero tutto nuovo: per voi, cari lettori, penseranno pure le rape. Così non vi tedierete ad ascoltare la loro sorte, non di una rapa e basta, ma di una rapa che sussulta, si agita, palpita, e così via. Così salveremo la carta stampata, esultavo in redazione, in quella piccola redazione siciliana, almeno un decennio fa. Ero diventata un po’ l’outsider, sei fuori, mi diceva un collega, la gente non ti capisce. Non è vero, la gente mi capiva eccome, perché non avrebbe dovuto. Basta con i soliti titoli, le frasi confezionate da calare a ogni piè sospinto. La scrittura sono sempre salti di qualità, o non è. La scrittura: è l’evoluzione della specie, non solo una forma verbale scritta. Contribuiamo all’evoluzione della specie,  parole per raccontare la stessa storia, che assoggetteremmo a un solo grande insieme vagamente equiparabile a un concetto primordiale: l’amore.

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i profeti delle panchine

Ieri ho letto di un uomo, nella mia città, morto di alcol. Leggo il pezzo, noto un certo compiacimento nello stile utilizzato, un tentativo di metacronaca, anche se governato bene, una partecipazione retorica al dramma, ma è inevitabile. A parlar di certe storie – difficilissimo raccontarne, per inciso – si finisce a diventar sordi e ciechi, a non saper considerare l’altro veramente, perderne il valore, smarrirne il senso di empatia o condivisione. Un paradosso, proprio mentre gli altri, i lettori, casomai, ti hanno già elevato sull’ara delle anime nobili. Macché. Il dissidio con se stessi a raccontar di certe cose è terribile, ci perde sempre la coscienza e tiriamo diritto noi “eletti” scelti per raccontare. Mi sono sentita una merda facendo questo mestiere un sacco di volte, la carogna sul cadavere, nessun sofismo a giustificare la curiosità ignobile, l’anaffettività mostrata in talune circostanze, il necessario cinismo. Quest’uomo del quale ho letto la storia non lo conoscevo, ed è strano, li conosco tutti i profeti delle panchine. E’ morto dentro un barcone fermo in un grande parcheggio della mia città, scelto come manifesto della nostra isola, quando ancora si levavano gli scudi dell’accoglienza, quando accoglienza non era ancora un concetto equiparabile a qualcosa di parossistico e sovrumano. Il barcone lapide, fissato all’asfalto, bianco immacolato, una lapide a indicare: qui moralmente e metaforicamente giacciono tutti i profughi, giacciono i vivi e i morti, chi c’è riuscito e chi è rimasto al fondo. Qui giace anche Marcello. Si chiamava Marcello, era italiano, aveva fatto la galera. Un pover’uomo. Un brav’uomo dicono. Il mio primo caposervizio, lo ricordo con affetto, Gianni Bonina, mi iniziò “alle storie”. Mi mandava in strada, urlandomi dietro (mi voleva bene, lo so): “Non tornare senza e mi raccomando la foto”. Giravo con una polaroid, erano gli anni ’90. Mi cacciavo in un mucchio di guai. Incontrai tutte le pietre di scarto. Le storie. Il mio database al riguardo è spaventoso, la chiamano tranche de vie.

la cena della discordia: emiri e Ferrari

Tutto sommato è sempre una questione di scelte. Tanto che anche un raduno per ricconi a Siracusa diventa sic et simpliciter un raduno per ricconi appunto, oppure uno spregio classista, come sibilavano oltre le transenne i soliti detrattori guelfi della peggior specie. Scelte si diceva: esultare, berciare, grugnire, scavalcare lo steccato come in quella bella pubblicità di un olio di semi e agguantare dal primo vassoio una chela sfuggita al controllo del maitre?

Siamo in piazza Duomo, a Siracusa,  il crepuscolo cala sulle cime dei palazzi nobiliari. Un quarto alle venti, si celebra Cavalcade, scorrazzamento di Ferrari con gala finale, per farla breve. E noi siamo al gala finale, fuori la porta. La solita solfa della piazza intoccabile serpeggia da un canto all’altro soltanto perché il signor Montezemolo e i suoi collezionisti ceneranno nel suo bel mezzo. Cosa c’è di male? La piazza è patrimonio Unesco? Sarebbe stato meglio avessero cenato all’orecchio di Dionigi? I soliti detrattori rispondono: tanto lo hanno già fatto quelli di una nota marca di una bibita, hanno cenato all’orecchio di Dionigi. Porte chiuse, se la sono spassata un sacco, e noi ebeti a sgranocchiare noccioline chissà dove. gala ferrariQui la cosa è diversa: le transenne inibiscono, ma noi possiamo vedere i tavoli ricoperti con tovaglie bianche e candide, o le sedie che non  sono sedie, piuttosto sembrano puffi di una delicata pelle chiara (forse pelle umana, commentano i detrattori con tutta la bile che posseggono, tantissima, da farci gargarismi). Cavalcade significa che lì, per partecipare, nel tuo parco macchina – cito letteralmente da fonte attendibile – “devi dimostrare di avere come minimo cinque Ferrari”. In giro ce n’erano 90. In piazza Duomo due o tre, alle spalle dei tavoli, tra un vaso guarnito di arance e la consolle. Così poi i collezionisti hanno cenato, con la musica di Mascagni e Verdi suonata apposta per loro dall’Orchestra del Teatro Bellini. C’è un emiro, uno sceicco, seduto a occhio e croce.  E’ sera, per certo abbiamo notato Rosario Crocetta, è arrivato presto, tra i primi. Dicono che stia mangiando anche lui.

Crocetta al gala

Rosario Crocetta

“Faccia qualcosa di sinistra, Crocetta”. Urlano dalle grate. Chi vi sente? Non buttiamola in politica, per favore. Le donne discettano di motori, droni e potenza, quando mai è successo? Ma questi sono fatti di eccezionale portata. Donne che parlano di Droni mentre qualcuno di questi vola sopra le loro nuche acconciate per l’occasione, circostanziata e rara, ed è tutto terribilmente chic. L’emiro vuole le teste di Caltagirone, ceramiche che assediano tutti i tavoli. Le avrà, promette il commerciante in panama, costretto dietro le transenne. I blindati rimangono ai lati della piazza. La piazza si riempie. Noi guardiamo dentro l’acquario, l’acquario dei ricconi sfondati, dice un ragazzotto di Ortigia. Non è idioma passabile: ricchi sfondati, non si usa più al momento, almeno dagli anni ’80, dal tempo delle spalline. Non esiste più la massima del tedioso borghese di sinistra che bercia da dietro le transenne. Cosa poi? Non vi danno retta, guelfi della prima ora, neomodernisti pentiti, detrattori incapaci di gioire delle vittorie altrui.

Montezemolo ringrazia i suoi auditori e conversa dal palco in inglese. Non senza prima esultare in un italiano perfetto: FORZA SICILIA. Poi chiama i vincitori del raduno, mister e mrs, e così via. Fino al prevedibile giapponese, ci fermiamo a lui, nome con stranissima assonanza, qualcosa come” azzo” che poi sembrava quella parola lì e infatti un sacco di risate da dietro le transenne. Ma che ridete, che ridete. Piuttosto c’è da ascoltare la musica scelta da Cavalcade – dicono fonti che paiono informate – la colonna di 007 Licenza di uccidere e La vita è bella di Piovani. Niente di più freudiano, commenta come uno splendido cammeo l’ugola di una signora bene residente in piazza Duomo. Ma insomma, anche questa è andata, che bello, i fuochi d’artificio, i droni. I fuochi sono gli stessi fuochi di una festa patronale. Eh no, amico. Durano di più, sono di Cavalcade, sparano come matti, dal tetto del palazzo del Comune. Siamo in guerra, oh mamma, geme una vecchietta. Tranquilli, è finita, come tutte le cose, purtroppo. Già.

Serino, lo Strega, le scelte

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Gian Paolo Serino

Gian Paolo Serino ha dichiarato guerra a un certo sistema editoriale, sono le cronache degli ultimi giorni. E a proposito di ultimi giorni, quanto raccontato da Serino ha terribilmente il sapore di un crepuscolo da Fine Impero. Sistema poi è una parola che comincio a odiare in generale, Serino scoperchia un po’ di crepe. E da lì, stavolta, non sono sicura che entri la luce. Da lettrice, obiettivamente, capisco che qualcosa non funziona, ma non è un fatto recente. Siete d’accordo? Gian Paolo avanza con intemperanza, inarrestabile, un tank; è anche nella sua natura certo, ma è preciso in egual misura, quando racconta nei dettagli chi cosa come, dal caso Roversi a Scurati, alle defaillance del Premio Strega. Su quest’ultimo è intervenuta la Federconsumatori, chiede trasparenza e vigilanza, leggo su Satisfiction (la rivista diretta e fondata proprio da Serino). Non so: a voi sta bene tutto così? Adesso Serino è l’outsider, è un pazzo, leggo, incosciente leggo ancora, onore e merito a Serino ancora in un altro post. Non ha paura, non teme, forse perché non deve più dimostrare nulla se non se stesso, forse perché Serino ha già visto tutto, raggiunto moltissimo, pur così giovane. Inarrestabile e in qualche maniera dissacratore anche Pippo Russo, alcuni pezzi su Satisfiction sono suoi. Ci sta bene, ci sta tutto bene così? Autori, lettori, critici? Siamo liberi, signori, ne siamo sicuri? Fuori, la comunità virtuale (è il metro che ho del mondo, basterà, non basterà) esulta in special modo, è il tempo forse che pretende una nuova apocalisse, per ricostruire sopra. La comunità virtuale, che è anche il mondo, esulta e tende alla chiarezza, all’irreprensibilità. Oggi è il tempo dell’irreprensibilità.

Marco Drago

Marco Drago

Altrimenti è una specie di bubbone, un procedimento empirico, un modo di agire, che investe tutto, è una questione che attiene al potere. Nella vita è sempre una questione di scelte, mettersi da una parte o dall’altra, luce o tenebre. Tradizionalisti o neomodernisti. Guelfi o ghibellini. A noi sta bene tutto? In tutta coscienza? Una cosa è certa, ultimamente gli autori migliori che conosco da Grazia Verasani a Marco Drago a Giulio Mozzi (non li metto in ordine di importanza), e poi molti altri, hanno pubblicato con case medio piccole, perlomeno le loro ultime cose sono uscite con case medio grandi o anzi medio-piccole (dipende da come la si vede).

 

Grazia Verasani

Grazia Verasani

Ed è lì che trovo la sperimentazione, e lì che ancora resiste il senso della letteratura, smarrito ovunque salvo che lì. Lo stato generale della letteratura è competenza delle case medio piccole, che non smettano almeno loro di cercare le voci, che il sistema stia lontano da loro. Sistema è una parola che odio.

io e lo scrittore

Seduti al tavolo. Ho davanti uno scrittore. Io per di più devo ancora esordire. Sono passati anni. Non so niente di me, sono brava? Sono una ex co.co.co, cioè nulla. Lavoro in una redazione di provincia. Sono passati secoli. Ho poco più di trent’anni. Lui è uno scrittore, uno di quelli difficili deh. Ho letto il suo romanzo. Dialoghi assurdi, una voce narrante che per carità, cosa c’entra con i personaggi. Però, stai buonina. Sto buona, guai, lui conosce il mondo delle lettere. Io no. Io devo esordire, non conosco nessuno. Lo scrittore ha una recensione nel giornale locale, scritta da me, una spalla, in gergo, 70 righe. Lo scrittore non batte ciglio, avrà pensato: me la merito. E infatti. Lo scrittore sarà presentato da me medesima, in un caffè del centro. Sto giorni a ripassare nel web le sue dotte interviste, le sue sofisticate risposte a dotte interviste. Ho letto il libro, mi sono molto annoiata, ma ovviamente nel pezzo non lo scrivo. Piuttosto: elogi sperticati, coroncine d’alloro gettate a piene mani al suo passaggio. Bravo bravo.

Il gran giorno, seduta al tavolo con lo scrittore. Aspettiamo il momento in cui la saletta si riempirà, e in effetti accade. Preparo il pubblico attento, introduco lo scrittore. Espongo la mia domanda, ci sono stata due giorni a concepirla: è vero che con il suo romanzo – per la prima volta – si realizza (udite udite) la “geometrizzazione” di quegli anni? Geometrizzazione è un cazzo di sostantivo inventato, che minchia vuol dire, lo ha usato per primo lo scrittore. Lo scrittore lo rinnega. Non ha usato geometrizzazione, mai. Anzi. Lo scrittore si incazza a tratti, non lo dà a vedere troppo, ma commenta: questo è il motivo per cui preferisco le interviste via mail. Perché di solito non si viene capiti, non capiscono niente. Capiscono chi? Io? I giornalisti? Ah ecco. Dunque per la proprietà transitiva lo scrittore mi dà dell’idiota, da leggere tra le righe però. Scampoli di femminismo in  platea intercettano il sessismo dell’ormai per tutti “misogino”. Non piango. Anzi. Caro signore, vorrei dire, sono una scrittrice e stia attento sono molto perspicace. Ma non lo dico. Un’amica arrabbiata vuole infilzare lo scrittore e rosolarlo allo spiedo nel suo scoppiettante camino della casa di campagna. Consiglio all’amica: lascia perdere, la sua carne è dura e amara. Come i suoi libri? Chiede l’amica. Dico: perché tu li hai letti? No ammette, questo solo come l’ultimo dei sacrifici. Lo scrittore beve il suo bicchiere d’acqua e guadagna l’uscita rapido e severo.

“Il ragazzo di Erfurt” di Beda Romano

di Marina Bisogno♥

Il ventennio Venti-Quaranta ha disegnato la modernità. Il fascismo, il nazismo, le due Guerre hanno determinato gli assetti geo-politici degli ultimi sessanta anni. Deve esserne affascinato Beda Romano, corrispondente per il Sole 24 Ore prima dalla Germania e oggi da Bruxelles, perché di quegli anni ha carpito gli echi. L’ha fatto con “Il ragazzo di Erfurt” (Sellerio editore), la sua prima trama narrativa. Lontano dalle restrizioni del pezzo giornalistico, Romano ha scritto tre racconti, e l’ultimo dà il titolo all’opera. I luoghi sono la Francia, la Germania e Istanbul. coverAl centro uomini sfuggenti, calati nella loro epoca e ben ancorati alle loro abitudini. Chi sono? Tre amici, intellettuali di origini diverse, si ritrovano sul retro di una libreria a poche ore dall’arrivo degli alleati. La Francia è sotto scacco, Hitler è osteggiato da qualcuno dei suoi, in Europa si spara a vista e a Parigi sembra tutto pronto per la liberazione. Tenez-bon si legge sui volantini clandestini. In Turchia un professore conosce la violenza contro se stessi e le alterazioni che ne vengono. E in Germania un uomo archivia i dati dei dispersi durante la guerra. Impila pratiche su pratiche, registra i nomi. Gesti meticolosi che non lo salvano quando scopre di non conoscere il suo passato. Un disperso vivo, suo malgrado. Con la sicurezza di chi conosce i fatti e una scrittura limpida, Beda Romano offre degli spaccati. Si concentra sui visi, sulle relazioni. Questo libro è un omaggio alla memoria collettiva e una diversa forma di espressione per la stessa voce: quella che va a caccia di cimeli e ama la storia europea.

la giovinezza

La giovinezza non è più un lemma, mi sembra un cimelio, una lapide su un fatto romantico, ci pensavo stamattina. Che razza di pensieri, di solito affiorano non più come narcisi, piuttosto come tulipani neri, violacei.

L’ho abbandonata a 17 anni, allora è finito tutto. C’è un momento preciso – e lo maledico certe volte – quando sono finita dentro il tedio della vita di uno, un tizio. Un tossico. E’ finita lì, tutta la miseria del mondo, la peggiore, la più meschina (terribili risonanze), mi è franata sulle spalle. Non è più tornato nulla. Quando penso a quel deserto, mi rendo conto che uso soltanto negazioni. Ancora adesso, mi capita la notte di svegliarmi piena di angoscia, con il terrore di essere ancora lì, sepolta dal nulla di quella gente, di quel tale, bruciato dall’eroina, persino dopo quando ne era fuori. Nel nuovo romanzo nobilito quella merda ecco tutto, ma lui quel tizio, non esiste non compare, non è riuscito a ispirarmi nulla, era morto, cadavere perenne, l’ombra di se stesso, non era Massimo, Massimo potevo amarlo, si bucava, ma era nostalgico, fragile, era un’altra cosa. Ricordo un capodanno, un capannone col tetto di eternit, la musica degli Smiths, Massimo era strafatto, voleva dirmi qualcosa, si addormentò sulle mie gambe. Fu l’unico sussulto di quell’amore, non ci fu altro, solo la noia, quel verme che incontrai in seguito e che mi segnò per sempre. Che senso ha commiserarmi? Lo faccio spesso, è il mio terribile vezzo, odioso vezzo. Non sono mai stata capace di suggerire nella mia giovinezza altro, non una canzone, il manifesto di un writer, non che qualcuno mi cercasse disperatamente, cercasse me.