i profeti delle panchine

Ieri ho letto di un uomo, nella mia città, morto di alcol. Leggo il pezzo, noto un certo compiacimento nello stile utilizzato, un tentativo di metacronaca, anche se governato bene, una partecipazione retorica al dramma, ma è inevitabile. A parlar di certe storie – difficilissimo raccontarne, per inciso – si finisce a diventar sordi e ciechi, a non saper considerare l’altro veramente, perderne il valore, smarrirne il senso di empatia o condivisione. Un paradosso, proprio mentre gli altri, i lettori, casomai, ti hanno già elevato sull’ara delle anime nobili. Macché. Il dissidio con se stessi a raccontar di certe cose è terribile, ci perde sempre la coscienza e tiriamo diritto noi “eletti” scelti per raccontare. Mi sono sentita una merda facendo questo mestiere un sacco di volte, la carogna sul cadavere, nessun sofismo a giustificare la curiosità ignobile, l’anaffettività mostrata in talune circostanze, il necessario cinismo. Quest’uomo del quale ho letto la storia non lo conoscevo, ed è strano, li conosco tutti i profeti delle panchine. E’ morto dentro un barcone fermo in un grande parcheggio della mia città, scelto come manifesto della nostra isola, quando ancora si levavano gli scudi dell’accoglienza, quando accoglienza non era ancora un concetto equiparabile a qualcosa di parossistico e sovrumano. Il barcone lapide, fissato all’asfalto, bianco immacolato, una lapide a indicare: qui moralmente e metaforicamente giacciono tutti i profughi, giacciono i vivi e i morti, chi c’è riuscito e chi è rimasto al fondo. Qui giace anche Marcello. Si chiamava Marcello, era italiano, aveva fatto la galera. Un pover’uomo. Un brav’uomo dicono. Il mio primo caposervizio, lo ricordo con affetto, Gianni Bonina, mi iniziò “alle storie”. Mi mandava in strada, urlandomi dietro (mi voleva bene, lo so): “Non tornare senza e mi raccomando la foto”. Giravo con una polaroid, erano gli anni ’90. Mi cacciavo in un mucchio di guai. Incontrai tutte le pietre di scarto. Le storie. Il mio database al riguardo è spaventoso, la chiamano tranche de vie.

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