scrittori e libraie

Sono molto noiosa tutto sommato, sono prevedibile. I miei giri sono sempre gli stessi. Mi fermo da Stefano (Stefano Amato, scrittore per Transeuropa, nda), che lavora in libreria, bè avrebbe potuto insegnare, ma niente da fare, la sua passione sono i libri. Così mi fermo per salutarlo, da fuori, dò un’ occhiata alla vetrina. Lui di solito esce, scambiamo qualche parola. E’ uno che sa ascoltare, non è come me che parlo sempre. E infatti comincio a stancarmi. Allora lui mi dice: bella la copertina, brava, o cose così. Mi mette di buon umore. Proseguo, in piazza Archimede, siamo in Ortigia, prima però devo attraversare il tratto con i vagabondi cechi e i loro cani. E lì soffro moltissimo, per i loro cani, perché questi animaletti mi sembra soffrano loro moltissimo. E quindi tirò diritto, poi mi giro verso il ceco e lo guardo con una specie di rabbia, ma lui è troppo ubriaco e si limita a salutare: ciau. E tutte le volte guardandolo non ho pietà e penso: ti legherei io con quella cordaccia, e ti lascerei morto di sete e ti strattonerei con spregio, come fai tu con lui, che neanche può fare pipì. E tutte le volte mi vengono le lacrime agli occhi. E una fitta terribile, il desiderio di sparire o di liberare tutte le creature oppresse, ma sono deliri. E’ un mondo di merda, come dice un amico. Lo diciamo tutti, prima o dopo. In piazza Archimede, incontro Revista, la rom della Romania, spesso parliamo di cose alte, della nostra anima, del Buon Dio. Ci salutiamo, prendo in braccio il suo bambino con il pannolino inzuppato per un bacetto, dunque proseguo da Marilia, la mia amica libraria, in via delle Maestranze. Per inciso: andate lì, a Siracusa, se cercate il mio libro, lo ha già ordinato. Ritornando verso casa, al tempio saluto le vecchie se ci sono ancora, prendo in braccio Sad se è con la madre o lo zio, il bambino africano che ancora non parla ma fissa i miei occhi con i suoi sgranati, non so di quale paese sia. O mi siedo con la donna indiana che ha appena partorito: è una bambina e dorme nella culletta. Mi accorgo infine di un fatto: che in Ortigia sono per tutti Veronica, e mi chiamano o mi salutano, non li conosco nemmeno, e loro nulla sanno di me se non che mi chiamo Veronica e certe volte siedo sulla panca con le vecchie del quartiere. Che sono anche le nonne. E infatti a una la chiamo Nonna.

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