La casa di Erlend e Califano vivo

Dico a mio padre che oltre quel poggio, la terra secca della contrada, forse c’è casa di Erlend. Lui non sa chi sia. E’ un musicista, ora fa anche il discografico. Ma no, non lo conosco, aggiungo. E’ una bella casa patrizia, illuminata dalla luna alla fine della notte, in fondo al viale. C’è un parco che procura i brividi e avanti salendo su per la rocca, le pinete antiche e severe si inerpicano con strani sussurri, abitate da spiritelli o da tutto il tempo che vi è passato sopra, con i suoi uomini, i sospiri, le baruffe ingaggiate, certe betise sentimentali. Ecco vedi, papà – dico – poi finisce tutto. Nel breve porticciolo, c’è una balera, mio padre ordina una birra e una zuppa di cozze. L’ormeggiatore di barche deve essere uno che legge, tiene un libro sopra lo sgabello, accanto alle sigarette. Mi guarda e dice che sono uguale a Frida Khalo quindi attraversa il molo dondolante e le luci della città dall’altra parte sembrano inghiottirlo. La città inebetita dal giorno, dal caldo, dalla noia forse. Al piano suona un tale, suona Califano, lui sì è uguale al Califfo, almeno quanto io sono uguale a Frida. Canta Roma nuda, a mio padre brillano gli occhi, quella romanità è un modo di stare che ci appartiene, è così. Dico: perché siamo venuti qui? Cosa ho io a che dividere con questa terra, con questa gente impermalita, consapevole o sospettosa. Questo paesaggio primitivo, insolente, perché? Penso a Erlend, pur non conoscendolo. Erlend, come se fosse un amico. Lui ha deciso di viverci, ha lasciato i fiordi, poi Berlino, poteva andare ovunque, ha scelto di vivere qui.

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