Nel nome di Christiane

I libri mi hanno annunciato la vita, non tutti. Ma ci sono stati quei libri profetici che non sono arrivati per caso, le cui pagine si sono aperte per una ragione precisa, appunto per annunciarmi la vita. Del diario di Christiane Felscherinow ne ho già parlato, le ho dedicato in fondo il mio recente romanzo per Gaffi, avevo nove anni e mi ritrovai con quell’inferno tra le mani. Era un modo per dirmi – la vita – che quella sarebbe stata la mia cifra, il mio pedaggio per stare al mondo; come molto ironicamente mi ha incoronata Guia Soncini di recente, sarei stata la vestale della marginalità. Molto meno ironicamente gli anni della mia giovinezza hanno confermato tutto, con un tono un po’ più drammatico rispetto all’apocrifo di quell’intellettuale. Niente di più falso in questo ruolo che ho tutto sommato vestito, niente di ieratico nella mia percezione, eppure è stato così, lo è stato. Ne ho già parlato. I compagni che si facevano in piazza o in periferia erano cadaveri simili a quelli incontrati nelle pagine di Christiane, niente di nuovo, conoscevo il loro gergo, i ragionamenti prolissi e fasulli di un eroinomane, la rota, e tutto il resto. Poi ho letto il romanzo della Rochefort, “Il riposo del guerriero”, e anche lì ebbi un anticipo su ciò che sarebbe accaduto, sulla possibilità di amare un giorno un uomo come Renaud, un uomo terribile. Ma non era soltanto terribile, era l’abisso che leggo nella quarta di copertina del mio romanzo d’esordio. Leggendo la Rochefort mi domandavo turbata come fosse possibile – e come era meraviglioso – poter amare così. Con quale spregiudicatezza. Soltanto adesso mi accorgo del nome che ricorre in entrambi i casi: il nome di Christiane.

<Renaud si sentiva braccato, e in modo alquanto drammatico perché tutto si svolgeva in silenzio. Pensavo a un brutto melodramma, Lost week-end; eravamo noi, purtroppo, nel brutto melodramma. L’alcool non consente altra scelta>.

(Il riposo del guerriero, Christiane Rochefort, p.92, Super Pochet Longanesi, 1965)

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