Monthly Archives: September 2014

come Seraphine

Ieri, in tv, ho visto la riduzione cinematografica sulla vita di Seraphine de Senlis, un film del 2008, diretto da Martin Provost. Immensa Yolande Moreau, Seraphine nella finzione aveva il suo volto, così ho scoperto Seraphine Louis, la pittrice francese naif, le sue immense tele, spaventose, simboliste, un’autodidatta, una mistica, visionaria, anticipatrice, non so, era un genio, fuori dai ranghi. Morì internata, nell´ospedale psichiatrico di Clermont-de-l´Oise, dove “la pittura è scomparsa nella notte”, scrisse, lei che non temeva rivali, in attesa della Resurrezione, e nel giorno dell’attesa vestiva di bianco. Le assonanze fanno paura. La sposa bianca, penso a Isaia, libro 54, è la mia storia, il mio destino. Il talento era dettato dal suo angelo custode, aveva raggiunto le vette della verità, credo che per questo gli artisti finiscano in manicomio, la verità è intollerabile, di insopportabile bellezza anche, solo Dio può contenerla, a noi quel che arriva. Ai prescelti, può darsi, diventano matti, soltanto sanno di più, vedono certe cose, superano l’albume che separa il mondo da quel che non vediamo. E sappiamo che quel che conta, lo sappiamo dai Vangeli, è quel che non si vede. E all’ateo dico: lo sappiamo da quel mistero scoperto dalle vostre menti razionali, dalla fisica quantistica. Come Seraphine, cerco la verità ogni giorno, qualcosa che mi avvicini a Lui, scorgo, nelle piccole cose, dettagli miracolosi, scopro che sono i Suoi segni, i Suoi simboli, l’ho già detto, la mia strada (anche la vostra, dovete soltanto saper leggere) è costellata di parabole, anticipi di eternità. Lui mi abbraccia, mi ama, attraverso persone sconosciute, o così diverse da me, come la rom Revista, che mi stringe la mano, la stringe forte alla guancia e la riempie di baci, e mi dice che mi ama e mi parla di Dio. La verità è di una bellezza intollerabile, a volte la temo, credo sia un onere, vorrei sfuggirle, non smetto di cercarla.

I morti degli altri (Il Fatto quotidiano)

Non urliamo a ragione della tragedia, come quella folla impazzita dall’orrore, raccontata da Malaparte, nelle campagne della guerra, tra carogne fumanti ancora di empietà. I morti finiscono nell’abisso, con buona pace, sono i morti degli altri e non abbiamo oboli da consegnare, gli empi hanno altri nomi, li abbiamo dimenticati, i morti sono morti, dei barconi, peggio ancora. Vengono qui, gli irresoluti, tornassero a casa loro (è un berciare diffuso), non lo faranno mai, temono taluni, i più previdenti. Confezioneremo nuovi sillogismi, le conseguenze le lasceremo a ottimi teorici dell’eloquenza. E’ il massimo che possiamo fare. Moriranno ancora, pusillanimi o irresoluti o impavidi, noi da qui dall’Occidente invocheremo pigramente l’Europa, ancora, una posa confacente al nostro giudizioso modo di guardare le cose da qui, se anche gli altri muoiono noi che possiamo farci. Sono sbarcati, intendiamo i vivi, noi li accogliamo, siamo l’Occidente, non l’Occidente con la pancia piena di sterco, siamo un onere democratico che consegna al futuro prove di giustizia teoretica da applicare, di cui dibattere, sbadigliando a tratti; mentre gli altri, gli irresoluti per taluni, muoiono, ma sono i morti degli altri tutto sommato.  Non riusciamo a tenere il conto, altri 500 dispersi-morti-cadaveri-assenti, al largo delle coste maltesi, ma prima c’erano quelli della Libia. Quanti erano?  Un corteo di becchini, apatici, sonnacchiosi, siamo noi, i nostri commenti, seduti in poltrona, recitiamo con indolenza il medesimo Requiem, sappiamo commiserare, abbiamo smarrito la prestanza nel farlo, ma non importa, in fondo è il tedium perenne della tragedia. Pedissequa tragedia, uguale a se stessa. Troveremo una maniera dignitosa di chiamarli, assenti, ecco, in luogo di cadaveri, di ingombri lucidi e scivolosi; stranissimi pesci, guaivano come fiere altrimenti, o promanavano suoni gutturali terrificanti o simili a quelli dei gabbiani prima della tempesta: nel naufragio dell’11 ottobre 2013, i morti, prima di diventarlo, erano gabbiani, gemevano con un suono sordo prossimo all’orrore. Un monotono fragore eppur garrulo arrancava fino a bordo dei pescherecci, nessuno pensava ai morti, in quella notte di ottobre, a largo di Lampedusa, ma erano morti o quasi. Uomini vascello, nella memoria della gente del mare, colavano a picco con le loro pupille-vascello, o guizzavano inarcando la schiena come delfini, e c’è una similitudine contigua a ogni dettaglio. Solo in quella data, in quella notte, l’orrore ci parve qualcosa che potesse attenere al Creato, e infatti quella data la ricordiamo, abbiamo usato e strizzato la pietà, fino all’ultimo spasimo. Tiepido spasimo. Ne aspettiamo altri? Di morti, intendiamo, non vorremmo asserire, tuttavia è nella rosa delle probabilità. Sussulteremo appena, d’altronde è un parossismo, ci si fa la mano, proprio nel momento in cui si pensa che si compia l’inenarrabile, l’inenarrabile non lo è più, e si è già un pochino oltre. Sappiamo superare ogni grado di asticella, il limite del genere umano è non averlo. Nelle pagine di Malaparte, c’è una donna inginocchiata “accanto a quel tappeto di pelle umana”, ululava, scrive Malaparte “si strappava i capelli, tendeva le braccia: e non sapeva che fare, come abbracciare il morto”. Potremmo discuterne a lungo, sul saper essere giusti, indicando nobiltà e innocenza negli uni o negli altri, morti e scampati. E’ una giusta questione però: abbracciare i morti. Sì, ma sono sempre i morti degli altri.

(L’originale nell’edizione cartacea del 16 settembre 2014 – “Mediterraneo, mattanza che lascia indifferenti”)

L’amore nei miei libri

L’intervista è di Marina Bisogno

Che posto occupa l’amore nel libro?

L’amore è tutto, non c’è niente da fare, per Varrani e per il suo alter ego (sarei io). L’amore è il grande assente e come si sa le assenze contano di più.

In rete hai chiesto ai lettori di accogliere il nuovo lavoro dimenticando Sangue di Cane perché non c’è continuità tra i due testi. Eppure le tematiche, almeno per linee, sono contigue, non trovi?

Sì, sono contigue. L’emarginazione, l’inadeguatezza, l’incapacità di stare in questo mondo, mangiando tonnellate di sale all’incirca (rivisito un detto abruzzese). La solitudine, tutti sinonimi, sostantivi prossimi l’un con l’altro. Ma sono due storie diverse, toni narrativi diversi.

Stai scrivendo altre storie?

Ho un nuovo manoscritto e altre storie, sì. I tempi, ho imparato ad accettare, sono talmente lunghi, bisogna esercitare la virtù della pazienza.

Christiane deve morire

(L’originale qui: http://www.cevitasumarte.it/christiane-deve-morire-veronica-tomassini-nella-varrani-non-ce-epica/)

Adam, sei tu? (seconda parte)

Natale, e le sue partenze, non ci procurerà spavento. Natale e le zuppe degli esuli, i fagioli rancidi, le valigie gonfie di tradimenti, un confine da superare. Abbiamo motivo di credere che Natale esaspera taluni dolori: chi perde qualcuno, lo perderà due volte, a Natale; chi avrà memoria del bene e del male, tenderà le braccia all’uno e annegherà nell’altro.

Ricordiamo vigilie tetrissime che non abbiamo avuto l’animo di attraversare con i legittimi destinatari. Ad esempio Pietro e Cetty, 1998, fuga da Catania, sottopassaggio della stazione, cena sotto i ponti di Torino. 1998, Pietro senza denti. Era l’alba di una vigilia freddissima, Pietro e Cetty erano clandestini a Siracusa perché si amavano senza il consenso civile, senza che uno straccio di costituente ipotetica (un po’ come funziona per i partiti, sapete) avesse sbrodolato un sì decente. Mettiamola così, l’amore val bene un sì sociale, preferisce i canali ufficiali, altro che alchimie intestine, ché danno i brividi o il voltastomaco, dipende. Perciò all’uomo che si professa filantropo, caritatevole fino allo spasimo, il medesimo uomo che additò la donna colpevole di aver amato e seguito un balordo di strada, replichiamo: c’è un pastiche di borghesismo, anzi di masturbazione morale, che secca le faringi, stia attento. Tossisca quell’uomo lì, sputacchi pure le sue fustigazioni, la sua solitudine, altrimenti, risulterà, indifendibile. Proclama la sua propensione all’altro, al misero, borbottando una scaletta di no, non si fa sempre più stizzita. Povero filantropo, con macchina e reddito superiore alla media, lei si è perso qualcosa. Cetty la sventurata ringraziava il suo Dio perché le aveva dato Pietro, il balordo senza denti, lo ringraziava con le lacrime agli occhi, e mai un rimpianto. Tutto avrebbe rifatto la sventurata, passo dopo passo, fuga dopo fuga.

“L’amore, – diceva – come il Buon Dio, entra e guarisce dove ragionevolmente non si dovrebbe”. Cetty era una donna istruita, forse anche Pietro; Pietro d’abitudine aveva un fiore selvatico in tasca, un piccolo gioiello. Cetty. Cetty era un fiore, uno di quei fiori selvatici che riparano all’ombra dei cespugli marci. Il filantropo teorizzava un destino migliore per la sventurata: un impiegato, tanti ce ne sono, proprio lui. Proprio lui, perché era lui.

Era Natale, il Natale della loro ultima fuga. Pietro e Cetty. Dio aveva il volto scabro del misero, dell’ubriacone, Cetty si nascone in un andito drammatico e intenso e lì, tra i fiori nel fango, intuì la gioia, la gioia di esistere. La vita di qualcuno talvolta, e non temiamo smentite, è inenarrabile. E’ una questione di Pudore, Cetty per dire era fuori sul serio, un file polverizzato dal sistema operativo. Noi li vedemmo, Pietro in ginocchio, sull’altare di un lurido incrocio metropolitano, lei di fronte, suprema, forse felice. Stando al filantropo: ce n’erano tanti, proprio lui. Le presuntuose competenze di certuni filantropi, e non temiamo smentita, sono talvolta inenarrabili.

“Grazie mio Signore per avermi dato Pietro”. Pietro era un uomo di strada, non sta bene, avrebbe deliberato il filantropo, tutto impettito. Non sta bene, avrebbe gracchiato, alzando l’incauto bastone da passeggio.

Fra un mese brilleranno le lucine in ogni abete. Siracusa si irrorerà d’argento. Stella stellina, invocheremo. lacrime dure come pietre gronderanno paurosamente sopra i volti dei confinati, finiranno in tasca, piccoli gioielli, fiori selvatici.

Manca un mese a Natale.

(La città racconta, ottobre 2007)

Adam, sei tu?

Abbiamo rivisto Adam. Adam, l’amico polacco, morto di tbc perché il mondo gli aveva girato le spalle, mentre Siracusa con sussiego recitava il Requiem cinereo turandosi il naso. Fiori per Adam, incarognito nella sua sfiga iperbarica, dove la nostra tiepida pietas sarebbe arrivata, sì, ma con un gran fiatone.

Troppo tardi. Adam era già in rigor mortis, è andato. E in obitorio non volemmo entrarci. Freddo e piccolino, così dovette tornare al Creatore. Lo rivedemmo. Ieri pomeriggio, in via Nino Bixio. Incontrammo un anziano, abbiamo fatto un pezzo di strada insieme. “…sera”, “…sera”, cose così. Cercavamo una bottega, bel coraggio: una bottega. Va là piuttosto un centro commerciale. No affatto, cercavamo una bottega e pure il vecchietto.

Eccola, corso Umberto, venti metri prima del ponte, insegna a muro: panini e affettati. Noi e il vecchietto, rosetta con bresaola e rucola, birra in lattina, filetto in scatola per il cisposo. Ci siamo seduti sulla panchetta fuori, davanti abbiamo il corso più massacrato di Siracusa, rivoltato, disossato, per un futuro in carta patinata, dicono. Pensiamo ad un pavimento di pietra bianca e non sfoggiamo grande fantasia, la pietra bianca sta ai nostri piedi come la ztl ad Ortigia. Abbiamo conversato di niente, noi e il vecchietto, finché non ci colpì al cuore lo sguardo da cane bastonato, gli occhi mansueti di quell’uomo chino, gli stessi occhi di Adam.

Adam aveva un modo originale di fissare l’interlocutore, una fissità riguardosa, chiedeva scusa al mondo e alla vita, puntando i suoi occhi acquosi e impauriti. Ci manca ancora. Come è possibile? Come hai fatto, Adam? Eri tu, davvero? Erano i tuoi occhi? Dove sei finito?

E’ quasi Natale, per cui certi prodigi avrebbero una ragione. Se pensiamo al Natale, linkiamo su stella stellina, sulla preghierina dei bambini di scuola materna, sull’abete dei nostri ricordi(…)

(continua)

(La città racconta, Siracusa, ottobre 2007)