Adam, sei tu? (seconda parte)

Natale, e le sue partenze, non ci procurerà spavento. Natale e le zuppe degli esuli, i fagioli rancidi, le valigie gonfie di tradimenti, un confine da superare. Abbiamo motivo di credere che Natale esaspera taluni dolori: chi perde qualcuno, lo perderà due volte, a Natale; chi avrà memoria del bene e del male, tenderà le braccia all’uno e annegherà nell’altro.

Ricordiamo vigilie tetrissime che non abbiamo avuto l’animo di attraversare con i legittimi destinatari. Ad esempio Pietro e Cetty, 1998, fuga da Catania, sottopassaggio della stazione, cena sotto i ponti di Torino. 1998, Pietro senza denti. Era l’alba di una vigilia freddissima, Pietro e Cetty erano clandestini a Siracusa perché si amavano senza il consenso civile, senza che uno straccio di costituente ipotetica (un po’ come funziona per i partiti, sapete) avesse sbrodolato un sì decente. Mettiamola così, l’amore val bene un sì sociale, preferisce i canali ufficiali, altro che alchimie intestine, ché danno i brividi o il voltastomaco, dipende. Perciò all’uomo che si professa filantropo, caritatevole fino allo spasimo, il medesimo uomo che additò la donna colpevole di aver amato e seguito un balordo di strada, replichiamo: c’è un pastiche di borghesismo, anzi di masturbazione morale, che secca le faringi, stia attento. Tossisca quell’uomo lì, sputacchi pure le sue fustigazioni, la sua solitudine, altrimenti, risulterà, indifendibile. Proclama la sua propensione all’altro, al misero, borbottando una scaletta di no, non si fa sempre più stizzita. Povero filantropo, con macchina e reddito superiore alla media, lei si è perso qualcosa. Cetty la sventurata ringraziava il suo Dio perché le aveva dato Pietro, il balordo senza denti, lo ringraziava con le lacrime agli occhi, e mai un rimpianto. Tutto avrebbe rifatto la sventurata, passo dopo passo, fuga dopo fuga.

“L’amore, – diceva – come il Buon Dio, entra e guarisce dove ragionevolmente non si dovrebbe”. Cetty era una donna istruita, forse anche Pietro; Pietro d’abitudine aveva un fiore selvatico in tasca, un piccolo gioiello. Cetty. Cetty era un fiore, uno di quei fiori selvatici che riparano all’ombra dei cespugli marci. Il filantropo teorizzava un destino migliore per la sventurata: un impiegato, tanti ce ne sono, proprio lui. Proprio lui, perché era lui.

Era Natale, il Natale della loro ultima fuga. Pietro e Cetty. Dio aveva il volto scabro del misero, dell’ubriacone, Cetty si nascone in un andito drammatico e intenso e lì, tra i fiori nel fango, intuì la gioia, la gioia di esistere. La vita di qualcuno talvolta, e non temiamo smentite, è inenarrabile. E’ una questione di Pudore, Cetty per dire era fuori sul serio, un file polverizzato dal sistema operativo. Noi li vedemmo, Pietro in ginocchio, sull’altare di un lurido incrocio metropolitano, lei di fronte, suprema, forse felice. Stando al filantropo: ce n’erano tanti, proprio lui. Le presuntuose competenze di certuni filantropi, e non temiamo smentita, sono talvolta inenarrabili.

“Grazie mio Signore per avermi dato Pietro”. Pietro era un uomo di strada, non sta bene, avrebbe deliberato il filantropo, tutto impettito. Non sta bene, avrebbe gracchiato, alzando l’incauto bastone da passeggio.

Fra un mese brilleranno le lucine in ogni abete. Siracusa si irrorerà d’argento. Stella stellina, invocheremo. lacrime dure come pietre gronderanno paurosamente sopra i volti dei confinati, finiranno in tasca, piccoli gioielli, fiori selvatici.

Manca un mese a Natale.

(La città racconta, ottobre 2007)

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