Monthly Archives: October 2014

cercavo chi amasse e basta

Ma un giorno mi innamorai, si chiamava Massimo, era fragile e taciturno. Credo cercasse, come tutti gli insicuri, i deboli, qualcosa che non possedeva, che per qualche ragione gli era sfuggito, una donna, l’amore del padre, la vita stessa nella sua ordinarietà. Negli anni dell’adolescenza, temevo anch’io l’ordinarietà. Temerla mi cagionò un mucchio di guai. Ero una ragazzina irrequieta, piena di complessi, con l’animo della bruttina, persino quando mi accorsi che gli altri ne sconfessavano la ragione. Massimo amava un’altra. La gelosia mi torceva le budella, non trovavo chi mi amasse e basta veramente. Eppure ci vedevamo ogni pomeriggio, e lui diceva che avevo gli occhi di un gatto. Christiane deve morirePoi ho dimenticato Massimo, le case col tetto di eternit. Cetty diceva che voleva morire, invece. Il giornale locale aveva pubblicato la foto di Cetty e di quell’altro, non so chi fosse. Si erano fatti un grammo, volevano ammazzarsi, ma si erano salvati, il padre di lui aveva sfondato la porta, secondo piano del falanstero, a Mazzarruna. Una questione di giorni, e la vita sarebbe tornata regolare(…).

tratto da Christiane deve morire,  Gaffi editore.

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Andrea Pirlo e una storia di gentilezza

Slawomir P. E Mirek W. sono connazionali. Slawomir è per tutti Slawek.  Con l’amico dormono in stazione. Slawek, durante il giorno, preferisce corso Como, a Milano. Una mattina di qualche giorno fa, Slawek e Mirek  siedono sulla medesima panca, all’uscita di Porta Garibaldi. Quindi si spostano più in là, come di solito, per ammirare storditi il futuro, cioè gli altri, la loro fretta inspiegabile, sicura, i grandi palazzi, densi di una memoria vivace e di pragmatismo. Ecco il futuro, avrà pensato Slawek, sapendosi  escluso con liberazione o rammarico. Fino a un po’.

E questo è il breve preambolo. Fino a un po’, fino a che Slawek incontra Andrea e lo saluta.  Perché Slawek lo saluta proprio così, una mattina di qualche giorno fa, in corso Como, seduto sulla panca: Ciao Andrea.

Andrea si gira, lo guarda sorpreso, risponde: ci conosciamo? Ma è conciliante, come si fa tra amici o conoscenti, in un mondo di normali, e Slawek ha davvero smarrito il senso della normalità. Slawek dice: sei Andrea Pirlo, io ti conosco. Sì, Pirlo annuisce, certo, guarda il giovane uomo polacco seduto sulla panca, si siede anche lui. Parlano di calcio anche. Slawek sembra felice: sei il capitano (vicecapitano in realtà, nda), adesso, è così? Sì, Pirlo annuisce, racconta loro qualcosa, c’è anche Mirek, Mirek segue con attenzione, sorride, non so se si possa chiamare felicità quel breve ritorno al mondo dei normali. Pirlo eppur per loro non lo è; seguono il calcio appena, nella tv della sala d’attesa in stazione, accade raramente, loro sono come topi nel tombino, sentono di esserlo e di questo rabbrividiscono, quando sono lucidi. E questo accade raramente. Ma ieri erano semplicemente uomini seduti con un amico che fa il calciatore. Chi vi scrive sa perfettamente che questa è una storia bella e basta, forse nemmeno da raccontare, e non posso riferirvi come io l’abbia appresa, ma è accaduto.  Il calciatore è il capitano della nazionale. Andrea, lo chiamano Andrea.

Andrea chiede con preoccupazione: perché vivete così, da quando? E’ uno di loro, voglio dire è un coetaneo che lo chiede, solo che per Slawek e Mirek lui è Andrea Pirlo. Andrea Pirlo è seduto con loro. Lui ce l’ha fatta, pensa Slawek, allora torna per un secondo – temerario intervallo – il desiderio di uscirne dall’alcol, dalla strada, le solite cose. Pirlo si alza, li saluta, Slawek si ritrova in mano cinquanta euro. Pirlo dice: ci compri un panino, ok? Non vorrebbe offenderli. Non lo ha fatto.

Mai ci eravamo annoiati: alla riscoperta di Renata Adler

di Marina Bisogno

Marina Bisogno è giornalista pubblicista. Lavora nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche, ha collaborato per anni con la pagina culturale del Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Se non legge, scrive. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, il blog  C’è vita su Marte. Suoi racconti sono on line su Unonove.

Marina Bisogno, giornalista. Ha collaborato per anni con la pagina culturale del Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Se non legge, scrive. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, il blog C’è vita su Marte. Suoi racconti sono on line su Unonove.

C’era una volta una giornalista, di origine italiana, cresciuta in America e con in tasca una laurea in Filosofia, avvalorata da un periodo di studio alla Sorbona. Lei è Renata Adler, firma prestigiosa del New Yorker, la rivista, fondata a New York negli anni Venti che pubblicava i quadretti altezzosi e ironici di Dorothy Parker (I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi;l’acido macchia; i farmaci danno i crampi. Le pistole sono illegali; i cappi cedono;il gas fa schifo. Tanto vale vivere…).

La Adler ci scriveva di tutto: letteratura, cronaca, reportage di guerra. E scriveva anche libri. La Mondadori quest’anno ha pubblicato “Mai ci eravamo annoiati” (traduzione di Silvia Pareschi), una raccolta di riflessioni e articoli, apparsi per la maggior parte sul New Yorker e pubblicati in America nel 1976 con il titolo di “Speedboat”. A distanza di quarant’anni l’interesse per questo archetipo della non fiction risorge, prima nella Grande Mela e poi, di rimbalzo, in Italia. Il libro non ha una trama: per questo spiazzò il pubblico negli anni Settanta e per questo spiazza adesso, sebbene i lettori siano più avvezzi al genere. Attraverso spezzoni che oggi sarebbero stati benissimo in un blog, Renata Adler dà voce al suo alter ego, Jen Fain, una redattrice di provincia che arriva nella città dalle mille luci per sbarcare il lunario.

Renata Adler

Renata Adler

Lavora per lo Standard Evening Post e i suoi occhi sono fari fermi sulle persone, sulle cose, sulle amenità (Non è affatto ovvio cosa sia la noia. Essa implica, per esempio, un’idea di durata. Sarebbe assurdo dire mi sono annoiata per tre secondi. Implica indifferenza, ma nello stesso tempo richiede una certa attenzione) e sulle brutture. Jen è una fuoriclasse in mezzo alla mischia.

9788804638285-mai-ci-eravamo-annoiati_copertina_2D_in_caroselloNei suoi giorni e nelle pagine c’è posto per le feste nei loft, per le relazioni ambigue, per le riflessioni ironiche ma amare sulla vita. La voce, lo stile sfavillante della Adler non hanno perso attualità. Lei stessa, che non ha più scritto dagli anni Novanta, solinga nel Connecticut e lontana anni luce dalla donna che fu, ha gioito della rimonta editoriale. Leggerla diverte, incuriosisce. Ti fa viaggiare anche se stai fermo, seduto in un pullman o in metropolitana. È il miracolo della scrittura: la Adler, in fondo, non voleva niente di più.

il 3 ottobre di un anno fa

Ne scrissi anch’io di quel naufragio. Così scrivevo, che ne erano morti più di trecento, e ne stavano morendo altri e si cominciava a perdere il conto (da Il Fatto Quotidiano):

Non finiranno mai, saranno i nostri morti e mentre lo diciamo ce ne saranno ancora e l’apocalisse sarà ogni giorno, puntuale come il sorgere del sole, guarderemo verso est o in prossimità di un punto che immagineremo lo zenit dei nostri omissis, in quel punto li vedremo – vivi o morti – i barconi delle nostre coscienze, o simili a terribili demoni, il nostro maldestro egoismo che ancora vorrebbe tenere udienza;  e ogni giorno accenderemo un cero, chiedendo perdono per le nostre assenze, non basterà. Nel frattempo cerchiamo l’Europa. Quanti giorni sono passati? Cosa significano esattamente le promesse di Barroso? Ha guardato i morti Barroso, nell’hangar di Lampedusa, fagotti inermi che cominciano a puzzare? Cosa ne faremo, Barroso?

Dopo i trecento cadaveri in mare ne conteremo altri da stamani, da stanotte, ci abitueremo alle creature esangui raccolte sul molo Favarolo, calpesteremo gramigna sulle tombe di ignoti nel cimitero di Cala Pisana, faremo spallucce da qui. Eppure stavolta è diverso, non troviamo le parole, ma è il termine di una profezia, con i suoi simboli, i suoi presagi; è una profezia che ci sovrasta e non la governeremo perché ci siamo dentro, saremo costretti nostro malgrado in un gigantesco spostamento di uomini, un trascinamento di confini che sovvertirà ogni cosa e non saremo al sicuro, nessuno di noi lo sarà più. Dobbiamo aspettare altri 14 anni per ottenere la certezza di una giusta legislazione in materia di asilo e immigrazione, in Europa? E quale peso avrebbe casomai e casomai nel frattempo quanti morti ancora scivoleranno tra le nostre  braccia, sgusceranno come pesci, con tutta la retorica, quante scarpine raccoglieremo in mare e piccoli fagotti con foto di adolescenti e indizi di una vita amena che è sopraggiunta a disturbare i nostri sonni. Sono venuti a morirci davanti, è un fatto. Ma secondo il commissario europeo Cecilia Malstrom è una gran cosa aver già ottenuto una politica comune, che non ha prodotto nulla. Questa politica comune sull’immigrazione non ha spostato di molto gli eventi, che pedissequi si sono ripetuti: possiamo imparare a contare i naufragi, ecco. La storia è lunga. Le cifre si gonfiano spaventosamente. Lampedusa non ha mai conosciuto l’Europa, è la feritoia che attraversa un continente, non è un’isola Lampedusa, dovremmo avvertire la Malstrom. E nelle spiagge di Siracusa o Portopalo o Sampieri l’Europa non ha mai battuto bandiera, l’Europa non ci conosce, non è venuta a Lampedusa o a Cassibile o nella terra di nessuno a togliere i pioli dalle tende degli africani. Non sappiamo cosa farcene di questi uomini, ammettiamolo, ma  li abbiamo noi, vivi o morti, sono nostri, adesso sorridono persino nelle nostre strade siciliane, sembrano liberi, non tutti lo sono. Siracusa oramai è nera ad esempio. Gli uomini liberi attraversano le nostre piazze, gli altri sussultano dietro le grate di un Cie, nei mausolei eretti per contenere la portata di un gigantesco nonsense. L’Europa non conosce certi bivacchi, sono feretri, nei poderi di Cassibile, dove vivono i migranti per sempre, quelli che da un Cie non usciranno mai e allora vi riparano a ridosso, così accade nelle terre di nessuno in via Gela, dietro il mausoleo autorizzato dalla prefettura; o nei ruderi dei caporali, dove si nascondono i migranti per sempre sì, appena invisi agli indigeni che hanno dimenticato il castigo dello spaesamento, il cilicio dell’alienazione perenne; certe volte li chiamiamo braccianti, quelli che crepano sotto il sole d’agosto perché gli scoppia il cuore dalla fatica, come fu per quel ghanese che esalò su un campo di patate, a Siracusa. Sono passati dieci giorni dai trecento morti, ne conteremo altri, abbiamo cominciato stanotte. Barroso ci ha promesso l’Europa. Signor Barroso cosa vuol dire Europa? Lo spieghi a noi, che da qui, a uno sputo dall’Africa, dormiamo con i morti. Abbiamo perso il sonno, signor Barroso.

(tratto dalla versione cartacea de Il fatto Quotidiano, 13 ottobre 2013)