il 3 ottobre di un anno fa

Ne scrissi anch’io di quel naufragio. Così scrivevo, che ne erano morti più di trecento, e ne stavano morendo altri e si cominciava a perdere il conto (da Il Fatto Quotidiano):

Non finiranno mai, saranno i nostri morti e mentre lo diciamo ce ne saranno ancora e l’apocalisse sarà ogni giorno, puntuale come il sorgere del sole, guarderemo verso est o in prossimità di un punto che immagineremo lo zenit dei nostri omissis, in quel punto li vedremo – vivi o morti – i barconi delle nostre coscienze, o simili a terribili demoni, il nostro maldestro egoismo che ancora vorrebbe tenere udienza;  e ogni giorno accenderemo un cero, chiedendo perdono per le nostre assenze, non basterà. Nel frattempo cerchiamo l’Europa. Quanti giorni sono passati? Cosa significano esattamente le promesse di Barroso? Ha guardato i morti Barroso, nell’hangar di Lampedusa, fagotti inermi che cominciano a puzzare? Cosa ne faremo, Barroso?

Dopo i trecento cadaveri in mare ne conteremo altri da stamani, da stanotte, ci abitueremo alle creature esangui raccolte sul molo Favarolo, calpesteremo gramigna sulle tombe di ignoti nel cimitero di Cala Pisana, faremo spallucce da qui. Eppure stavolta è diverso, non troviamo le parole, ma è il termine di una profezia, con i suoi simboli, i suoi presagi; è una profezia che ci sovrasta e non la governeremo perché ci siamo dentro, saremo costretti nostro malgrado in un gigantesco spostamento di uomini, un trascinamento di confini che sovvertirà ogni cosa e non saremo al sicuro, nessuno di noi lo sarà più. Dobbiamo aspettare altri 14 anni per ottenere la certezza di una giusta legislazione in materia di asilo e immigrazione, in Europa? E quale peso avrebbe casomai e casomai nel frattempo quanti morti ancora scivoleranno tra le nostre  braccia, sgusceranno come pesci, con tutta la retorica, quante scarpine raccoglieremo in mare e piccoli fagotti con foto di adolescenti e indizi di una vita amena che è sopraggiunta a disturbare i nostri sonni. Sono venuti a morirci davanti, è un fatto. Ma secondo il commissario europeo Cecilia Malstrom è una gran cosa aver già ottenuto una politica comune, che non ha prodotto nulla. Questa politica comune sull’immigrazione non ha spostato di molto gli eventi, che pedissequi si sono ripetuti: possiamo imparare a contare i naufragi, ecco. La storia è lunga. Le cifre si gonfiano spaventosamente. Lampedusa non ha mai conosciuto l’Europa, è la feritoia che attraversa un continente, non è un’isola Lampedusa, dovremmo avvertire la Malstrom. E nelle spiagge di Siracusa o Portopalo o Sampieri l’Europa non ha mai battuto bandiera, l’Europa non ci conosce, non è venuta a Lampedusa o a Cassibile o nella terra di nessuno a togliere i pioli dalle tende degli africani. Non sappiamo cosa farcene di questi uomini, ammettiamolo, ma  li abbiamo noi, vivi o morti, sono nostri, adesso sorridono persino nelle nostre strade siciliane, sembrano liberi, non tutti lo sono. Siracusa oramai è nera ad esempio. Gli uomini liberi attraversano le nostre piazze, gli altri sussultano dietro le grate di un Cie, nei mausolei eretti per contenere la portata di un gigantesco nonsense. L’Europa non conosce certi bivacchi, sono feretri, nei poderi di Cassibile, dove vivono i migranti per sempre, quelli che da un Cie non usciranno mai e allora vi riparano a ridosso, così accade nelle terre di nessuno in via Gela, dietro il mausoleo autorizzato dalla prefettura; o nei ruderi dei caporali, dove si nascondono i migranti per sempre sì, appena invisi agli indigeni che hanno dimenticato il castigo dello spaesamento, il cilicio dell’alienazione perenne; certe volte li chiamiamo braccianti, quelli che crepano sotto il sole d’agosto perché gli scoppia il cuore dalla fatica, come fu per quel ghanese che esalò su un campo di patate, a Siracusa. Sono passati dieci giorni dai trecento morti, ne conteremo altri, abbiamo cominciato stanotte. Barroso ci ha promesso l’Europa. Signor Barroso cosa vuol dire Europa? Lo spieghi a noi, che da qui, a uno sputo dall’Africa, dormiamo con i morti. Abbiamo perso il sonno, signor Barroso.

(tratto dalla versione cartacea de Il fatto Quotidiano, 13 ottobre 2013)

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