Monthly Archives: December 2014

Dal romanzo inedito: La piccola morte

Il grande colpo ai Pevex di Opoczno, ottanta chilometri da Varsavia, vi fruttò un mucchio di zloty. Erano gli anni ’90. I Pevex di Opoczno erano i più forniti, rivendevate nei vicoli bui di Varsavia. Poi partivate per la Russia. Tu e Marek e altri. Acquistavate in blocco, elettrodomestici in particolar modo, e ripartivate per la Turchia. I mercanti vi aspettavano alla stazione di Istanbul, compravano tutto, voi scambiavate la roba con stoccaggi di jeans che andavano bene in Repubblica Ceca; in Ungheria ne smerciavate una parte in luogo di pezzi di maglieria, nell’ordine delle centinaia. Tornavate in Russia, vendevate per ricavare oro, oro rosso. Ho una tua foto di quegli anni. La tua bellezza aveva allora più che mai lo stigma della malinconia, di una follia recondita, di una lontananza spaventosa, una rabbia mai esaudita, non so spiegare. Mi viene in mente un personaggio di Dostoevskij, Stavrogin, bello e infernale. Così mi sei apparso, un giorno di febbraio del 1996. Ripartivate dalla Russia, ingoiando le pietre, o infilando la partita di oro 14 carati in preservativi che poi nascondevate in indicibili interstizi.

Tornavate in Polonia, facevate la bella vita, malgrado fossero anni difficili. Taxi, vodka, night e puttane. Tua moglie ti lasciava fare, lei si ubriacava e si spogliava per gli uomini di Konskie. Le risse nel quartiere più malfamato di Varsavia, Praga, erano risse colossali. Quando c’era da regolare certi conti, tu eri il primo a partire. Non temevi nessuno, neanche il Mongolo.  Le donne per questo ti amavano, un po’ come per Stavrogin, poi Stavrogin finì per ammazzarsi. Le vostre erano donne da postribolo, le donne di Varsavia, che infilavate nei night giovanissime: moldave, ucraine, ceche. Eri un uomo terribile. Quelle donne ti amavano, eri un leader, ti premiavano scivolando sulla tua cinta. Viola la vedevi molto di rado. Lavorava, era spesso in Germania, non aveva ancora conosciuto il marito, lei ti studiava da lontano, rimpiangendo quel che non poteva avere da te, amore, certezza, nulla. La tua prima moglie invece era una donna irrequieta. Quando incontrò il tedesco facoltoso sparì da Konskie. Tu eri già l’uomo di strada di una metropoli italiana. Eri scaltro, in Polonia, hai fregato il Mongolo che aveva promesso di staccarti la testa. E’ morto prima lui. Allora i tuoi amici ti vestirono col vestito buono della domenica, come si fa con i morti, ti trascinarono in stazione, ti misero sul treno. Ubriaco arrancavi fino al finestrino, lo apristi, blaterasti qualcosa. Il treno fischiò. Ma sei sceso a Kielce, dovevi vederti con Mariusz, con lui hai preso la corriera, cucito i passaporti all’interno della giubba di pelle e insieme avete raggiunto l’Italia. Fu Mariusz a decidere per la Sicilia, temeva gli underground delle grandi città, temeva la pericolosità dei polacchi negli underground delle metro. Sul ferry boat verso Messina, scorgeste la grande Statua della Vergine Maria, segnandovi il petto, Mariusz aveva le lacrime. Mariusz. Era un bel tipo, lo hai perso di vista di vista dopo qualche mese, si era perso Mariusz, certamente morì di alcol. Ma su quel ferry boat era ancora eretto, solido, era un bel tipo. Eravate sopraffatti dalla luce che rifletteva sulla costa da cui vi stavate allontanando, raggiungendo l’altra estremità, inoltrandovi verso il blu di un mare diverso, il nuovo paesaggio, il caos di una vita distratta, leggera. Strane possibilità vi si aprivano davanti, il cambiamento era il vero colpo di mano di quella necessaria partenza. Una dipartita per chi era rimasto, ma tu e Mariusz avreste dimenticato, senza sapere che la nostalgia avrebbe preteso ancora e ancora, impressa a fuoco nella vostra carne, che Mariusz vi sarebbe morto sotto, che la nostalgia avrebbe governato i vostri giorni a venire. E l’avreste incontrata nelle mense, in un lurido bagno pubblico, in un binario morto, nella fossa che vi sareste scavati da soli. Mariusz lo ha fatto, ha cominciato piano piano, non appena i suoi piedi toccarono la terra arsa e famelica, e quel mare lo assolse. Le spiagge erano ciottoli, le acque erano cristallo con riverberi di un azzurro inaudito. Taormina fu ciò che vi si mostrò della Sicilia. Avevate i piedi ustionati, seduti sulla riva, vi abbandonaste al sonno, torso nudo e la camicia avvolta sul capo, deliziati da piccole onde discrete che vi lambivano le membra ustionate. Era forse la felicità? Era plausibile pensarvi felici? Era solo l’inizio di qualcosa di altro, anche se addosso bruciavano le cicatrici di ciò che eravate stati appena un giorno prima. I tuoi taglieggiamenti, le risse, le tue giornate avventurose, erano sigilli, ma eri quasi convinto di lasciar perdere, eri quasi convinto che avresti potuto smettere di pensarci un giorno. La Polonia era un fercolo che avrebbe lacrimato sempre, da quel momento in avanti, da quel primo lambire di acque e di prospettive siciliane. Eravate già estranei, gli sradicati, e indietro non sareste tornati. Tu avresti incontrato l’italiana e una retrovia di miseri, Mariusz sarebbe morto di tristezza come muoiono i cani certe volte. La tua invece era una tristezza protratta, la più pericolosa.

 

Tratto dal romanzo inedito La piccola morte

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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La felicità: il nostro ritorno

Tutte le volte, quando il rumore della caduta è sordo,  la scrittura mi corre incontro, vorrebbe salvarmi. Lo ha sempre fatto, non so se salvarmi. Le ho dovuto cedere sempre moltissimo, direi la felicità, se non fosse che con questo sostantivo ho un rapporto difficile. La felicità è incollocabile, forse è il nostro ritorno, coincide con una liberazione definitiva ma immagino sul finale, nelle nostre ultime ore. Chi ha attraversato oggi le sue seduzioni, potrebbe al limite enunciarne i dettagli didascalicamente, potrei riconoscervi può darsi una qualche segreta somiglianza con i miei enfatici sprazzi prima della caduta. Ieri sono tornata al tempio e ho rivisto il mio amico ebreo, J. il poeta. Ecco per dire: la felicità. Il suo amore sconsiderato non gli ha mai garantito un ritorno vero definitivo, la liberazione; guardavo il mio amico, così provato, la mia pietà non era sufficiente. Nel suo corpo piegato, nella sua vecchiezza, da grande barbuto e saggio, mi sorrideva, quasi a rammentarmi di quel giorno lontano in cui mi aveva promesso, ancora, dentro un corpo persino rabbioso di desiderio e virile: sarai felice. Tutte le combinazioni sono sbagliate, le mie intendo; mai che si incontrassero, mai che il mio ritorno a casa – questo è l’amore? – lo sia diventato sul serio. Così quando sono caduta di nuovo, la scrittura mi è venuta incontro, con la medesima premura,  l’ho odiata. Sei di nuovo qui?

Lezioni di grazia nel nuovo romanzo di Chicca Gagliardo

di Marina Bisogno

“Nel nostro sangue scorrono brani di libri. Siamo tutte le vite dei personaggi che abbiamo amato”. Fulminante, vero? Questa frase – che potrebbe rappresentare il manifesto di tutti i lettori – è di Chicca Gagliardo, giornalista, curatrice di alcuni testi di Alda Merini, blogger (ha ideato Ho un libro in testa, portale letterario tra i più influenti secondo l’Associazione italiana editori) e scrittrice. È in libreria il suo “Il poeta dell’aria. cover (2)Romanzo in 33 lezioni di volo” (Hacca editore), vero e proprio compendio, intenso e raffinato, sull’ispirazione, la scrittura, la vita. La voce è del poeta dell’aria, seduto su un cornicione ad osservare le persone, le cose, le correnti. Si rivolge agli uomini e alle donne più coraggiosi, pronti a decollare, ma non prima di aver abbandonato inutili zavorre per fare espandere l’anima. Il libro sta incuriosendo, ed abbaglia tanto è chiaro, diretto, vero.

Chicca, il suo personaggio dice: «scrivo perché voglio insegnarti l’arte del volo, la consistenza del vuoto e dell’invisibile. La poetica dell’aria».  Ci racconta la genesi di questa ricerca? C’è una necessità espressiva o narrativa alla base?

Il poeta dell’aria è arrivato mentre camminavo per strada. Era novembre, cielo chiaro, sole. Ma per me era una giornata buia, mi sentivo oppressa da una forza di gravità schiacciante. All’improvviso, una voce. E mi sono trovata seduta su un cornicione – il potere delle storie – accanto a un personaggio di cui però non riuscivo a vedere ancora nulla. Avevo in mano un filo d’aria, niente. Mi sono imposta di attendere con pazienza che la trama si formasse. Di andare fino in fondo. A poco a poco il paesaggio dell’aria si è mostrato, l’invisibile è diventato visibile.

Chi è il poeta dell’aria?

Un uomo che scrive su un quaderno, appollaiato sul cornicione del palazzo più alto che si trova nella piazza di una città qualsiasi. È uno dei due protagonisti della storia. L’altro protagonista è il Lettore, invitato a sedersi al suo fianco sul cornicione per osservare il vento, il velo delle nuvole, per cogliere il significato segreto della vertigine, per scoprire il proprio senso del volo poetico. Il poeta dell’aria è un romanzo che viene composto insieme da chi scrive e da chi legge. Al centro del libro c’è la potenza della lettura e della scrittura. Volando si scrive nel cielo con tutto il corpo.

E il perfetto Volatore?

Chi con un salto, un colpo di reni, un’apertura delle braccia decide di liberarsi delle finte leggi di necessità. Che non significa fuggire dalla realtà. Al contrario, significa attraversarla nel profondo, vederla realmente.

Imparare a volare vuol dire aprire gli occhi, spalancare l’anima, scrivere, respirare poesia.  Le 33 lezioni di volo sono anche filosofie di vita?

Tutta la storia è attraversata dalle voci di filosofi e poeti, nelle pagine risuonano le parole di María Zambrano, Simone Weil, Lucrezio, Gaston Bachelard, Anassimene, Cristina Campo, Marina Cvetaeva, Emily Dickinson. Appare anche il guizzo di artisti come Marc Chagall e Yves Klein, il filo da funambolo di Philippe Petit. L’occhio di Bruno Munari che si diverte a mostrare l’aria lanciando pezzettini di carta dall’alto di una torre.

Poteva scegliere tra diversi toni e linguaggi.  Ha optato per la semplicità sopraffina, lasciando spazio, qua e là tra le pagine, alla grande poesia di tutti i tempi. Quanto ci ha messo per trovare “la voce” della storia?

Il lavoro di tessitura della trama è durato tre anni, ho scritto e riscritto fino all’ultimo per tirare fuori ogni filo e farlo risuonare. Volevo che diventasse una trama cangiante, una storia che continua ad assumere sensi diversi a seconda del respiro e dello sguardo del lettore. Una volta arrivati in fondo, al punto finale, si può riaprire il libro a caso e trovare altri significati nascosti che prima non si vedevano.

Cosa sa il poeta dell’aria che gli altri ignorano?

Nulla. Tutti sappiamo già tutto. Sono pochissime le cose davvero importanti da sapere, talmente evidenti che non riusciamo a guardarle. E così ci cadono dalle mani.

Che cos’è il silenzio per il suo personaggio?

Una visione, nel suo diario che tiene appoggiato sulle ginocchia magre scrive: «Il silenzio si sente con gli occhi. Quando c’è quel silenzio denso, raro, il Vento si ferma. I Volatori si posano per osservare l’immobilità delle onde sonore. Sull’aria nessuna increspatura. La superficie appare liscia come lo spazio bianco di una pagina». Nel bianco ci sono tutti i colori. Nel silenzio bianco affiorano le voci dei poeti che hanno attraversato il tempo.

Come si fa a dare voce alla bellezza?

Creando un vuoto dentro di sé, che è il silenzio bianco. Attendendo, ascoltando.

La poesia per lei è…?

Un atto di coraggio. Il poeta dell’aria scrive che sono poeti tutte le donne e tutti gli uomini «che ostinatamente hanno cercato di guardare oltre il confine delle apparenze per sfiorare il mistero, l’inesprimibile, con mani generose, mani lievi. Hanno guardato la bellezza e non ne sono fuggiti».

In questo periodo è impegnata in diverse presentazioni, tra librerie e manifestazioni culturali. Quando e dove i prossimi appuntamenti?

Sì, dopo il Festivaletteratura di Mantova, dove c’è stata l’anteprima, ho fatto tanti incontri, non presentazioni in senso classico, ma letture, proiezioni, racconti, parlo dei libri che mi hanno portata al Poeta dell’aria, i libri nascono dai libri e portano in altri libri. Il 18 dicembre sarò a Vigevano (libreria Le notti bianche), il 19 dicembre a Parma (Palazzo Pigorini), ci sono già diverse date e città per il 2015, vedremo dove il vento ci spingerà. Mi piace finire gli incontri con le parole di Emily Dickinson: «Se riuscirai a essere un poeta, grida di gioia, perché nessuno potrà più prenderti».

Marina Bisogno è giornalista pubblicista. Lavora nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche, ha collaborato per anni con la pagina culturale del Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Se non legge, scrive. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, il blog  C’è vita su Marte. Suoi racconti sono on line su Unonove.

Marina Bisogno è giornalista pubblicista. Lavora nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche, ha collaborato per anni con la pagina culturale del Corriere Nazionale, ha scritto per il Mattino e la Repubblica di Napoli. Se non legge, scrive. Recensisce libri per Satisfiction e ha ideato, insieme a Marco Melillo e Francesco Bove, il blog C’è vita su Marte. Suoi racconti sono on line su Unonove.

sui fatti di Santa Croce: la sollevazione popolare per una causa sbagliata

Le nostre paure  saranno il nostro infame destino. E’ davvero estenuante commentare singolarmente ogni invettiva, quando è moderata, quando non è un insulto, una minaccia. Il  consigliere tal de tali ha già inoltrato al sindaco del paese di Santa Croce Camerina la proposta pressante di costituirsi parte civile contro la mia persona. Un certo circolo mi pare, a quel che ho letto, sta organizzando una petizione, una raccolta di firme, per ottenere non so quali severi provvedimenti dai miei direttori. Un sindacalista scrive il suo pezzo criptico, non pronunciando mai il mio nome apertamente, e tuttavia auspicando il “mio licenziamento” a contorno della vicenda. Un sindacalista, ba. Mi spiace, non posso ritrattare o raccontare i fatti per compiacere. E’ una sollevazione popolare per una causa sbagliata, direi alla comunità: sollevatevi, però per questo stigma che è il nostro infame destino, le nostre paure lo sono. Non siete stanchi? Come chiesi a quel vecchio: non è stanco di questo silenzio? Non siete stanchi voi? Io sì, terribilmente stanca, e ogni energia, ogni entusiasmo è una depressione sulla terra dura, primitiva e violenta, non per questo meno intensa, bella da togliere il respiro. Eppure non trovo perdono. Ho raccontato quel pezzo di paese, come si è dimostrato, in quel lasso di tempo, parlo di un sistema, un linguaggio, fatto di codici, di reticenza (qualcosa di tribale sì, per estensione, capite cosa significa?), questo è stato. Sono andata via irritata da tutto ciò, partecipazione civile: ecco è la nostra dannazione siciliana. Non sappiamo come esplicarla, le nostre paure sono il nostro infame destino. Il meglio di voi – comunità di Santa Croce – casomai non c’era, vi ho cercato, la gente si chiudeva dentro. Qualcuno mi ha persino irriso, uomini perlopiù, sono una persona discreta, empatica col dolore degli altri (non l’ho sentito quel giorno), non sono andata sotto casa della famiglia, dovevo raccontare, proprio così. Solo dei ragazzini dentro una sala giochi mi hanno indicato la strada (immigrati, di seconda generazione, non dovevano temere, cosa poi?), gli altri no, molti negavano di essere del paese, dicevano di non sapere, di non conoscere. Sono entrata a scuola, ho girato, girato, girato. Quei vecchi li ho descritti con amore, malgrado non lo abbiate inteso così, comunità di Santa Croce. Quegli anziani davanti al bar, antichi trapassati, sono figli di una Sicilia primitiva (non meno intensa, bella, feroce) che non ha incontrato una Sicilia libera veramente. Non c’era. Non vi ho trovato. Spero che questo basti, ma presumo che non basterà. Per essere migliori, bisogna meritarselo.