La felicità: il nostro ritorno

Tutte le volte, quando il rumore della caduta è sordo,  la scrittura mi corre incontro, vorrebbe salvarmi. Lo ha sempre fatto, non so se salvarmi. Le ho dovuto cedere sempre moltissimo, direi la felicità, se non fosse che con questo sostantivo ho un rapporto difficile. La felicità è incollocabile, forse è il nostro ritorno, coincide con una liberazione definitiva ma immagino sul finale, nelle nostre ultime ore. Chi ha attraversato oggi le sue seduzioni, potrebbe al limite enunciarne i dettagli didascalicamente, potrei riconoscervi può darsi una qualche segreta somiglianza con i miei enfatici sprazzi prima della caduta. Ieri sono tornata al tempio e ho rivisto il mio amico ebreo, J. il poeta. Ecco per dire: la felicità. Il suo amore sconsiderato non gli ha mai garantito un ritorno vero definitivo, la liberazione; guardavo il mio amico, così provato, la mia pietà non era sufficiente. Nel suo corpo piegato, nella sua vecchiezza, da grande barbuto e saggio, mi sorrideva, quasi a rammentarmi di quel giorno lontano in cui mi aveva promesso, ancora, dentro un corpo persino rabbioso di desiderio e virile: sarai felice. Tutte le combinazioni sono sbagliate, le mie intendo; mai che si incontrassero, mai che il mio ritorno a casa – questo è l’amore? – lo sia diventato sul serio. Così quando sono caduta di nuovo, la scrittura mi è venuta incontro, con la medesima premura,  l’ho odiata. Sei di nuovo qui?

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