Dal romanzo inedito: La piccola morte

Il grande colpo ai Pevex di Opoczno, ottanta chilometri da Varsavia, vi fruttò un mucchio di zloty. Erano gli anni ’90. I Pevex di Opoczno erano i più forniti, rivendevate nei vicoli bui di Varsavia. Poi partivate per la Russia. Tu e Marek e altri. Acquistavate in blocco, elettrodomestici in particolar modo, e ripartivate per la Turchia. I mercanti vi aspettavano alla stazione di Istanbul, compravano tutto, voi scambiavate la roba con stoccaggi di jeans che andavano bene in Repubblica Ceca; in Ungheria ne smerciavate una parte in luogo di pezzi di maglieria, nell’ordine delle centinaia. Tornavate in Russia, vendevate per ricavare oro, oro rosso. Ho una tua foto di quegli anni. La tua bellezza aveva allora più che mai lo stigma della malinconia, di una follia recondita, di una lontananza spaventosa, una rabbia mai esaudita, non so spiegare. Mi viene in mente un personaggio di Dostoevskij, Stavrogin, bello e infernale. Così mi sei apparso, un giorno di febbraio del 1996. Ripartivate dalla Russia, ingoiando le pietre, o infilando la partita di oro 14 carati in preservativi che poi nascondevate in indicibili interstizi.

Tornavate in Polonia, facevate la bella vita, malgrado fossero anni difficili. Taxi, vodka, night e puttane. Tua moglie ti lasciava fare, lei si ubriacava e si spogliava per gli uomini di Konskie. Le risse nel quartiere più malfamato di Varsavia, Praga, erano risse colossali. Quando c’era da regolare certi conti, tu eri il primo a partire. Non temevi nessuno, neanche il Mongolo.  Le donne per questo ti amavano, un po’ come per Stavrogin, poi Stavrogin finì per ammazzarsi. Le vostre erano donne da postribolo, le donne di Varsavia, che infilavate nei night giovanissime: moldave, ucraine, ceche. Eri un uomo terribile. Quelle donne ti amavano, eri un leader, ti premiavano scivolando sulla tua cinta. Viola la vedevi molto di rado. Lavorava, era spesso in Germania, non aveva ancora conosciuto il marito, lei ti studiava da lontano, rimpiangendo quel che non poteva avere da te, amore, certezza, nulla. La tua prima moglie invece era una donna irrequieta. Quando incontrò il tedesco facoltoso sparì da Konskie. Tu eri già l’uomo di strada di una metropoli italiana. Eri scaltro, in Polonia, hai fregato il Mongolo che aveva promesso di staccarti la testa. E’ morto prima lui. Allora i tuoi amici ti vestirono col vestito buono della domenica, come si fa con i morti, ti trascinarono in stazione, ti misero sul treno. Ubriaco arrancavi fino al finestrino, lo apristi, blaterasti qualcosa. Il treno fischiò. Ma sei sceso a Kielce, dovevi vederti con Mariusz, con lui hai preso la corriera, cucito i passaporti all’interno della giubba di pelle e insieme avete raggiunto l’Italia. Fu Mariusz a decidere per la Sicilia, temeva gli underground delle grandi città, temeva la pericolosità dei polacchi negli underground delle metro. Sul ferry boat verso Messina, scorgeste la grande Statua della Vergine Maria, segnandovi il petto, Mariusz aveva le lacrime. Mariusz. Era un bel tipo, lo hai perso di vista di vista dopo qualche mese, si era perso Mariusz, certamente morì di alcol. Ma su quel ferry boat era ancora eretto, solido, era un bel tipo. Eravate sopraffatti dalla luce che rifletteva sulla costa da cui vi stavate allontanando, raggiungendo l’altra estremità, inoltrandovi verso il blu di un mare diverso, il nuovo paesaggio, il caos di una vita distratta, leggera. Strane possibilità vi si aprivano davanti, il cambiamento era il vero colpo di mano di quella necessaria partenza. Una dipartita per chi era rimasto, ma tu e Mariusz avreste dimenticato, senza sapere che la nostalgia avrebbe preteso ancora e ancora, impressa a fuoco nella vostra carne, che Mariusz vi sarebbe morto sotto, che la nostalgia avrebbe governato i vostri giorni a venire. E l’avreste incontrata nelle mense, in un lurido bagno pubblico, in un binario morto, nella fossa che vi sareste scavati da soli. Mariusz lo ha fatto, ha cominciato piano piano, non appena i suoi piedi toccarono la terra arsa e famelica, e quel mare lo assolse. Le spiagge erano ciottoli, le acque erano cristallo con riverberi di un azzurro inaudito. Taormina fu ciò che vi si mostrò della Sicilia. Avevate i piedi ustionati, seduti sulla riva, vi abbandonaste al sonno, torso nudo e la camicia avvolta sul capo, deliziati da piccole onde discrete che vi lambivano le membra ustionate. Era forse la felicità? Era plausibile pensarvi felici? Era solo l’inizio di qualcosa di altro, anche se addosso bruciavano le cicatrici di ciò che eravate stati appena un giorno prima. I tuoi taglieggiamenti, le risse, le tue giornate avventurose, erano sigilli, ma eri quasi convinto di lasciar perdere, eri quasi convinto che avresti potuto smettere di pensarci un giorno. La Polonia era un fercolo che avrebbe lacrimato sempre, da quel momento in avanti, da quel primo lambire di acque e di prospettive siciliane. Eravate già estranei, gli sradicati, e indietro non sareste tornati. Tu avresti incontrato l’italiana e una retrovia di miseri, Mariusz sarebbe morto di tristezza come muoiono i cani certe volte. La tua invece era una tristezza protratta, la più pericolosa.

 

Tratto dal romanzo inedito La piccola morte

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