Monthly Archives: January 2015

non è destino, questo?

Attraverso la finestra ritorna la mia immagine. Guardo fuori il mondo vero, sorrido, perché preciso un fatto che ha perso la sua ovvietà: il mondo vero. Già, perché adesso dove vivo, dove ho vissuto? I miei capelli neri sono di nuovi lunghi. L’immagine riflette sul vetro. Provo a pensarmi bella. Desideravo che lui mi vedesse così, con questo mio viso molto italiano, lui diceva. Certe volte mi hanno chiamato l’albanese, gli ho detto allora, oppure, sai, ho la faccia da rom, mi hanno detto. Triangolare, imperfetta. Anzi di una caminante, è diverso eh. Caminanti. Sono gli zingari italiani. Ne incontrammo una con mio padre, aveva i capelli alzati, scuri, gli zigomi appena sporgenti. Gli occhi di uno strano colore. Mio padre dice: è proprio uguale a te. Non so.

Tu sei italiana, mi ha detto lui.

Lui invece non lo è.

 Tu non hai radici. Dice. Oh, abbastanza. Cioè non ne ho. Non sto mai bene da nessuna parte. Sto sempre fuori la porta. Io amo i russi. La letteratura russa: la musica, il realismo, la malinconia, il dramma nero del grottesco, la capacità di tradurre il dolore con un ghigno che seppellisce gli altri nella tristezza. Non è destino questo? Come chiamarlo altrimenti?

Il suo romanzo porta il mio nome. Non è destino, questo? Io ho i brividi. Ci sono trame che sconvolgono i pensieri, ma è l’amore. Sì, giusto, è l’amore. La psicologa (veramente è una psichiatra) mi guarda mite e severa insieme, non mi concede alcuna speranza al momento. Bisogna lavorare con lucidità, afferma. Non che io l’abbia persa. Soltanto faccio fatica ad accettare un lutto. Eppure dovrei essere brava ormai. Non voglio essere compatita, ma negli ultimi anni non ho esercitato altro che la pazienza nella sofferenza, disperando e accettando, invocando, tendendo le mani. Non c’è niente di più doloroso, al momento, che accettare. Un lutto.

Gennaio è un mese orrendo. Qui da me, in Sicilia, la luce promette possibilità ineffabili, si presenta quando meno te lo aspetti. Ma gennaio è spesso anonimo, non ha colori. Salvo in certi giorni. O in certe mattine che mi par di sentire la zagara in anticipo o incontrare – con qualche meraviglia – i mandorli in fiore lungo la provinciale.

You re lost little girl. Dice lui.

La mia amica mi ha detto di conservare tutto il dolore, perché poi lo scrivo e aiuto gli altri. Come d’altronde è successo con il mio romanzo Sangue di cane. Sì, ma devi esserne fuori. La psichiatra mi invita a lavorarci su. E io penso: ma come fate a vivere così sereni, indifferenti al mio tormento? Sono proprio una ragazzina, non sono mai cresciuta. I m lost little girl.

In un film di Saverio Costanzo (In memoria di me), uno dei personaggi a un certo punto dice: bisogna imparare a governare il tormento, ignorandolo, non mostrandolo mai. Un esercizio di spirito, a cui poi ci si abitua. Fino a diventare una pratica quotidiana o addirittura un automatismo. E mentre riflettevo su quanto sopra, ricevo la telefonata dell’altro, ubriaco come sempre. L’altro dice che mi ama, non ha mai smesso, dopo anni. Osservazione che al momento mi lascia del tutto indifferente o a tratti mi procura il pianto, per il rammarico e la pietà. All’altro ho dedicato gli ultimi vent’anni della mia vita e adesso: et voilà. Soppiantato. Brutta parola, lo so. Non mi viene una migliore. Gli dico al telefono, dura e a volte anche annoiata: non bere. O: io voglio un uomo maturo, calmo, tu non lo sei. Mi è venuta a noia ogni cosa, pure la sua ubriachezza, la sua mitomania, le sue bugie patologiche, tutte le parole usate per raccontarlo. Mi sei venuto a noia. Dico al telefono.

Così vi sto raccontando le mie giornate. Non so fare altro. Non conosco altro che scrivere e condividere. Lui un giorno mi ha scritto: è il nostro solo modo di sopravvivere. My little girl. Mi ha scritto.

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

puoi scrivere senza dolore

Mi ha detto: non avrai più bisogno del dolore, sai? Puoi scrivere senza. Anzi, imparerai che a esser necessaria sarà l’ordinarietà, la routine. Un tot di ore dedicate al tuo romanzo. Senza dolore. Oh, sì. Annuivo, incantata. Lui vendeva milioni di copie, lui era tradotto. Io no. Però certo, quando scrivo il mio romanzo, il dolore è già passato. E’ quel che resta che mi serve. La lucidità, la spietatezza che ha vinto il fuoco. Ma poi quel fuoco ritorna, vedrete, continuerà a demolire. La mia condizione è stata questa. Cosa posso dire? Un giorno di tanti anni fa, sono morta in fondo come moglie, come donna (oh mamma, odio certe enfasi, perdonatemi), comunque sì sono morta come donna, allora sono nata come autrice. Non mi frega un accidenti, però. Sarà sempre questo il prezzo da pagare?  Non che lui stesse meglio. I suoi abissi inenarrabili. E chi poteva incontrare se non me? Cosa dovevo guarire stavolta o salvare? Nulla, nulla. E lui dice: non hai bisogno del dolore. Ma se la sua vita non è stata altro? E anche la mia. Lui dice: conosciamo solo questo modo di sopravvivere, scrivere. E’ vero. Non conosco altro. Scrivere e condividere, non conosco altro. Non so cosa sia altro. Tutto quel che mi manca è finito dentro un calanco spaventoso, dove degradano le mie omissioni, le mie preghiere. I miei desideri. Ma sono intrappolati, sono dentro un incantesimo. Nel frattempo ho già assunto la piccola compressa di felicità. Ogni mattina. Sto aspettando. La felicità. Quando arriva. Allora?

Little girl. I m lost little girl.

Infatti, quando ero felice non ho scritto una parola – una certa primavera, un certo amore, rapidissimo, eppur profondo come quello della ribelle Jo di Piccole Donne per il suo professore, calmo e maturo. My beloved. Mio amato.

Ogni scrittrice nella sua biografia avrà un amore epistolare con un grande nome, non so, un gigante? La mio biografia è molto sentimentale. Ci sono un sacco di tragedie. Amori tristissimi, avventurosi, tutti finiti male. Ci sono sanatori, e retrovie di stazioni e paesi lontanissimi. E uomini che parlano sempre un’altra lingua. Malati di qualcosa, dipendenti da qualcosa. E tutti provengono dalla medesima area geografica. E tutti con un terribile segreto, un terribile passato. Lutti paurosi che pretendono perdono misericordia. Io che non riesco a consolare, io che aspetto ancora la mia parte in questo breve viaggio. I m lost little girl. La piccola compressa agisce lentamente, credo. Aumenteranno il dosaggio, se occorrerà. Io scrivo nel frattempo. Ogni tanto asciugo gli occhi e vi racconto tutto, e tutto voi sapete di me. Tutto sarà pubblico, è una scelta di chi scrive, voglio dire è la mia scelta. Tempo fa, un signore, un mio lettore immagino, mi ha allontanato inorridito, non riusciva a seguire i miei post deliranti, o l’impudicizia nel raccontare le mie debolezze. Oggi vorrei spiegare a quel signore: signore, guardi, a me interessa l’uomo nel momento della caduta. Può capire cosa intendo? Non tema la sua miseria, non esiste un uomo che lo sia meno, che non lo sia misero e meschino. Perché – guardi signore – nella nostra debolezza, dimora l’Eterno.

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

Tempo

Datemi il tempo. Un giorno le tenebre saranno l’aurora, per il giusto. Io sono nelle tenebre. A intervalli. Ci vuole tempo. Così doso la mia costanza di umore con piccole compresse, la pillola della felicità. Mi danno la nausea, ma devo continuare. Mi tolga questo dolore dal petto, ho supplicato la mia analista ieri l’altro. Qualsiasi cosa, ma mi tolga questo peso insensato che mi opprime, il mio cuore infranto, la vita che rovina come sempre sulle mie tenere spalle. Tenevo le mani sulle fronte, le lacrime scendevano a rivoli, tutto già visto, conosco bene ogni dettaglio ogni minuto delle ore nel deserto. I miei deserti sono molteplici, dipende dove finisco alla fine del giro. Piangevo davanti a un’altra donna. Sono fragile da fare schifo. La fragilità è epica, semplicemente io sono debole, anche se preferisco decidermi sul “fragile” che è aggettivo più orgoglioso, benché fasullo. Ho bisogno di tempo. Arriverò alla fine dei miei giorni, non del giro, non di una sola battaglia, e di ogni o tutte le guerre perse. Arriverò alla fine dei giorni e pretenderò una spiegazione, me la merito. Sono tornata al tempio, inorridivo per la desolazione. Dio, dove ho vissuto fino a prima, prima di quel sole ingannevole, forse ingannevole? Il tempio mi deprime, come ogni cosa. Rivedo Sad, il bambino africano, gli corro incontro, lo abbraccio, sento le lacrime scendere di nuovo, non ho vergogna stavolta. Sad stringe i miei pollici, con le sue piccole dita paffute. La madre mi sorride. Come stai? mi chiede. E’ una domanda crudele. Poveretta, non lo immagina neanche quanto crudele sia in questo giorno di sole. Il sole vero. Non il mio. Il mio sole. I’m lost little girl.

 

Le passioni

Così Sangue di cane può insegnare le passioni agli altri? Cioè io posso farlo? Sta succedendo nell’Università di Toronto, un corso sulle passioni. Oggetto di studio: proprio il mio romanzo. Allora serve a qualcosa essere fuori controllo, non governare niente, l’amore, le passioni, persino la vita stessa. Altre persone impareranno da me come abbandonarsi completamente. Mi domando se io lo abbia fatto, intendo sul serio. Il tutto servirebbe a perdere qualcosa o anche a guadagnare qualcosa. La signora delle passioni. Suona davvero strano dirla così, la signora delle passioni. Ho fatto inorridire il mondo con le mie scelte, un tempo, anticonvenzionali o da sfigata, non so. O forse il mondo intero se ne fregava e basta. il mondo intero non mi vedeva e basta. Non mi chiedo ancora una volta: sarei io? Non sono un buon esempio. E invece sì. Perché adesso lo imparerete, imparerete le passioni, signori canadesi, chi per voi, studenti, giovani innamorati, ragionevolissimi, fuori controllo. Dovrei cambiare sistema, mi dico da anni. Dovrei spalare un po’ di fango tra i miei ricordi, cercando di recuperare il quadretto più incline e prossimo al senso di gaudio, pace, felicità.  Non trovo nulla. Sono una resistente, è vero. Me lo hanno detto, lo hanno scritto in un paio di recensioni al primo e al secondo romanzo. Combattente o eroina pietosa e dostoevskijana, ancora meglio. Non cercate un senso o l’utilità sulle cose che accadono, è una lezione. Il senso e l’utilità saranno svelati, a loro tempo, abbiate pazienza.

Della dolcezza e della violenza

di Nunzio Festa

Se c’eravamo concessi una licenza di dubbio sull’esordio narrativo di Veronica Tomassini, “Sangue di cane” (Laurana, Milano, 2010), specie proprio nel mondo della lingua e in alcune speculazioni della pur originale trama, con “Christiane deve morire” dobbiamo dire che siamo davanti al cosiddetto libro perfetto, al romanzo entusiasmante per stile e tempi narrativi.

Christiane deve morireL’io narrante, la giornalista pubblicista siciliana diventata improvvisamente single Varrrani, innamorata fin dall’infanzia di tutta la vita piena di “Noi ragazzi dello zoo di Berlino” e che pensa costantemente ai colori sdrutici d’opere anche magistrali – vedi il Testori di “In exitu” -, è innanzitutto una disobbediente: perché, costretta dal direttore del suo giornale a dare sempre articoli scellerati sui rom del campo della sua città, non si piega. Ed entra in quel luogo. Eliminando i primi confini. Così come non aveva accettato, d’altronde, di bucarsi quando durante l’adolescenza fatta i vari Alfredo, Massimo, Cetty, Filippu u pazzu, stavano girando le scene della loro breve e intensa esperienza di tossici di periferia: Alfredo si salverà però non vorrà più riconoscerla. Tutti gli scarti dell’umanità presi a modello da Tomassini, permettiamoci questa brutale indicazione di lettura, sono sentiti insomma per spiegare disperazione universale e solitudine universale. Non è giusto, comunque, dire che la prosa lirica di Veronica Tomassini, tra l’altro non sempre accentata di lirismo, redime queste soggettività. Invece in Christiane l’autrice siciliana riesce proprio, nel rispetto dei personaggi descritti, a ridarci figure piene di difetti, valori e contraddizioni. Ché la scrittrice, appunto, vuole dire con lo strumento del racconto tutto quel che dobbiamo vedere. Tutto durante la perdita dell’unica certezza che la protagonista sembra possedere. Perché quel marito nulla aveva fatto immaginare, giocando con il calore dei supermaket da famiglia perfetta insomma, prima di scappare. Che sparisse con un’altra, Varrani mai se lo sarebbe aspettatto. I piccoli piccoli dell’opera, poi, i redattori di provincia del giornale locale somigliano appieno alla realtà del caso. Inutile qui specificare con che bravura Veronica Tomassini, collaboratrice adesso al Fatto Quotidiano, riferisce di qualunquismo e pregiudizi negativi riversati in genere sugli ‘ultimi’ della terra. Dove i rom sono il principale punto d’arrivo di qualsiasi discorso razzista del genere. Allora Tomassini è costretta a narrare della dolcezza e della violenza, delle sofferenze e delle gioie di questi mondi ulteriori. Certe volte i dialoghi sono addirittura colpi di spranga. Spesso le aperture d’immagini dei quadri espressionisti. Eppure noi amiamo soprattutto quando, tra citazioni letterarie e memorie proprie, l’io del romanzo esprime tutta la poesia che fa.

L’originale qui: http://stefanodonno.blogspot.it/2014/10/christiane-deve-morire-di-veronica.html