Tempo

Datemi il tempo. Un giorno le tenebre saranno l’aurora, per il giusto. Io sono nelle tenebre. A intervalli. Ci vuole tempo. Così doso la mia costanza di umore con piccole compresse, la pillola della felicità. Mi danno la nausea, ma devo continuare. Mi tolga questo dolore dal petto, ho supplicato la mia analista ieri l’altro. Qualsiasi cosa, ma mi tolga questo peso insensato che mi opprime, il mio cuore infranto, la vita che rovina come sempre sulle mie tenere spalle. Tenevo le mani sulle fronte, le lacrime scendevano a rivoli, tutto già visto, conosco bene ogni dettaglio ogni minuto delle ore nel deserto. I miei deserti sono molteplici, dipende dove finisco alla fine del giro. Piangevo davanti a un’altra donna. Sono fragile da fare schifo. La fragilità è epica, semplicemente io sono debole, anche se preferisco decidermi sul “fragile” che è aggettivo più orgoglioso, benché fasullo. Ho bisogno di tempo. Arriverò alla fine dei miei giorni, non del giro, non di una sola battaglia, e di ogni o tutte le guerre perse. Arriverò alla fine dei giorni e pretenderò una spiegazione, me la merito. Sono tornata al tempio, inorridivo per la desolazione. Dio, dove ho vissuto fino a prima, prima di quel sole ingannevole, forse ingannevole? Il tempio mi deprime, come ogni cosa. Rivedo Sad, il bambino africano, gli corro incontro, lo abbraccio, sento le lacrime scendere di nuovo, non ho vergogna stavolta. Sad stringe i miei pollici, con le sue piccole dita paffute. La madre mi sorride. Come stai? mi chiede. E’ una domanda crudele. Poveretta, non lo immagina neanche quanto crudele sia in questo giorno di sole. Il sole vero. Non il mio. Il mio sole. I’m lost little girl.

 

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