non è destino, questo?

Attraverso la finestra ritorna la mia immagine. Guardo fuori il mondo vero, sorrido, perché preciso un fatto che ha perso la sua ovvietà: il mondo vero. Già, perché adesso dove vivo, dove ho vissuto? I miei capelli neri sono di nuovi lunghi. L’immagine riflette sul vetro. Provo a pensarmi bella. Desideravo che lui mi vedesse così, con questo mio viso molto italiano, lui diceva. Certe volte mi hanno chiamato l’albanese, gli ho detto allora, oppure, sai, ho la faccia da rom, mi hanno detto. Triangolare, imperfetta. Anzi di una caminante, è diverso eh. Caminanti. Sono gli zingari italiani. Ne incontrammo una con mio padre, aveva i capelli alzati, scuri, gli zigomi appena sporgenti. Gli occhi di uno strano colore. Mio padre dice: è proprio uguale a te. Non so.

Tu sei italiana, mi ha detto lui.

Lui invece non lo è.

 Tu non hai radici. Dice. Oh, abbastanza. Cioè non ne ho. Non sto mai bene da nessuna parte. Sto sempre fuori la porta. Io amo i russi. La letteratura russa: la musica, il realismo, la malinconia, il dramma nero del grottesco, la capacità di tradurre il dolore con un ghigno che seppellisce gli altri nella tristezza. Non è destino questo? Come chiamarlo altrimenti?

Il suo romanzo porta il mio nome. Non è destino, questo? Io ho i brividi. Ci sono trame che sconvolgono i pensieri, ma è l’amore. Sì, giusto, è l’amore. La psicologa (veramente è una psichiatra) mi guarda mite e severa insieme, non mi concede alcuna speranza al momento. Bisogna lavorare con lucidità, afferma. Non che io l’abbia persa. Soltanto faccio fatica ad accettare un lutto. Eppure dovrei essere brava ormai. Non voglio essere compatita, ma negli ultimi anni non ho esercitato altro che la pazienza nella sofferenza, disperando e accettando, invocando, tendendo le mani. Non c’è niente di più doloroso, al momento, che accettare. Un lutto.

Gennaio è un mese orrendo. Qui da me, in Sicilia, la luce promette possibilità ineffabili, si presenta quando meno te lo aspetti. Ma gennaio è spesso anonimo, non ha colori. Salvo in certi giorni. O in certe mattine che mi par di sentire la zagara in anticipo o incontrare – con qualche meraviglia – i mandorli in fiore lungo la provinciale.

You re lost little girl. Dice lui.

La mia amica mi ha detto di conservare tutto il dolore, perché poi lo scrivo e aiuto gli altri. Come d’altronde è successo con il mio romanzo Sangue di cane. Sì, ma devi esserne fuori. La psichiatra mi invita a lavorarci su. E io penso: ma come fate a vivere così sereni, indifferenti al mio tormento? Sono proprio una ragazzina, non sono mai cresciuta. I m lost little girl.

In un film di Saverio Costanzo (In memoria di me), uno dei personaggi a un certo punto dice: bisogna imparare a governare il tormento, ignorandolo, non mostrandolo mai. Un esercizio di spirito, a cui poi ci si abitua. Fino a diventare una pratica quotidiana o addirittura un automatismo. E mentre riflettevo su quanto sopra, ricevo la telefonata dell’altro, ubriaco come sempre. L’altro dice che mi ama, non ha mai smesso, dopo anni. Osservazione che al momento mi lascia del tutto indifferente o a tratti mi procura il pianto, per il rammarico e la pietà. All’altro ho dedicato gli ultimi vent’anni della mia vita e adesso: et voilà. Soppiantato. Brutta parola, lo so. Non mi viene una migliore. Gli dico al telefono, dura e a volte anche annoiata: non bere. O: io voglio un uomo maturo, calmo, tu non lo sei. Mi è venuta a noia ogni cosa, pure la sua ubriachezza, la sua mitomania, le sue bugie patologiche, tutte le parole usate per raccontarlo. Mi sei venuto a noia. Dico al telefono.

Così vi sto raccontando le mie giornate. Non so fare altro. Non conosco altro che scrivere e condividere. Lui un giorno mi ha scritto: è il nostro solo modo di sopravvivere. My little girl. Mi ha scritto.

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

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