Monthly Archives: February 2015

ossessioni

Sulle ossessioni. Sono il regista che gira sempre lo stesso film. Lo scrivo in replica ad un post della scrittrice e sceneggiatrice romana Teresa Ciabatti. Niente di nuovo. Soltanto una noiosa reiterazione di un fatto. Scrivo sempre la stessa storia. Inquadro sempre la stessa scena, tutto sommato. Teresa ammette che scriverà un romanzo in cui – traduco a modo mio – arriverà al punto, metterà a posto le cose.

Ogni volta che si scrive ci si illude di rimettere a posto qualcosa, nel nostro caotico procedere, in quel mondo che ci ha tradito o mollato, ma che ci insegue, ci sveglia la notte, ci tormenta a tratti o sempre o talvolta. E quanti avverbi uso per dire che il mio mondo in fondo era breve marginale, scaraventato in un angolo, al buio. L’ho illuminato. L’ho chiamato abbandono. Il mio mondo-abbandono.

C’è di solito un uomo. Il personaggio principale, per molti anni è stato il mio primo marito (come se ne avessi avuti altri, ridicola, nda). C’è di solito una qualche forma di abiezione, una dipendenza, una miseria che incombe, il dramma e l’innocenza, lei che palpita e balbetta alla fine, mortificata. Lei alla fine che rimane sola. E’ la verità. C’è un abbandono di mezzo, di solito, una cucina, un asse da stiro, una camicia. Negli anni si aggiungono dettagli, c’è un sanatorio, un letto di malato, una stazione, un dormitorio.

Eppur provo sempre a raccontare la mia vita. E la mia vita nella vita vera procura sconcerto. I miei interlocutori, estranei di norma (i più attenti), inorridiscono o scuotono la testa con rassegnazione. La mia vita vera, avventurosa e meschina.

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amor proprio

Scrivere ed evitare di coprirsi di ridicolo. Sarò mai capace? Di colpo capisco quanto sono scoperta in queste settimane. Quanto i miei post insidiano il mio amor proprio. Torno a citare questa stupida forma di autodeterminazione: amor proprio. Ne ho avuto mai? Mi sento di consolarvi affermando: no no, mai.

Mi commuovo facilmente. Sono una manipolatrice. La mia debolezza mi rende tale. Lo ammetto. Me lo ha detto anche lo scrittore. Mi sono incazzata moltissimo, poi di colpo ancora una rivelazione, mentre corro in pineta: sì, sono una manipolatrice. E sono incapace di empatie varie ed eventuali. Salvo una monopassione pedante e fedele nei secoli. Quando capita e quando capita di solito ne esco malissimo. L’immagine che affiora di me mi piace sempre meno. Progetto il cambiamento. Dico alla mia psichiatra, a mia madre, a chiunque si trovi davanti la mia desolazione: se rimango qui, muoio. Mi calmo la sera, momento in cui tutto sembra possibile, persino sperare. E così fatico ad addormentarmi. Mi commuovo, ma piango pochissimo. Piangere però mi serviva, alla fine dormivo almeno. Comunque dormo anche adesso, con regolarità, evito di indugiarvi potrei svegliarmi tra un decennio. Sono controllata affettivamente, non sento nulla, non provo dolore. Del dolore è rimasta l’ombra. Sotto quell’ombra qualche volta riposo.

di solito sono una che perde

In posta arrivano le mail del mio ammiratore anonimo. E adesso lui leggerà quel che scrivo. Bene. Mi chiede se sono proprio io la donna che racconto qui dentro, nel mio blog. Certo, sono proprio io. Vi riferisco con zelo: miseria, passione, virtù. La mia virtù è l’esercizio della sconfitta. Dalla sconfitta alla pazienza il passo è brevissimo. Dalla pazienza alla fortezza alla giustizia. Sono passaggi. Giustizia, fortezza, sono virtù che nascono dalla tribolazione. Tribolazione, afflizione, sono condizioni bibliche invece. Non dobbiamo temere, preludono alla salvezza. Oggi torno al centro, fuori piove, ma sto abbastanza bene, nessun calo d’umore. Vedrò la psichiatra, lei controllerà l’andamento della terapia farmacologica. Le chiederò alcune cose: devo tagliare definitivamente con ogni legame, ogni pensiero, ogni speranza?

No, la speranza me la tengo e a fine maggio parto per la Provenza. Un soggiorno in Provenza, devo solo trovare la sistemazione più adatta alla mia indole un po’ solitaria, condizione economica e domestica. Non vado prima perché tra aprile e maggio dovrei essere a Moncalieri e a Torino per un Festival (c’è anche il Salone del Libro) e un premio da ritirare, cioè se lo vinco. Di solito sono una che perde però, e senza piagnistei.

Comincio a ricordare con fatica il mio amore epistolare. Non rileggo più nulla, le sue lettere appassionate o pacate o ragionevoli o folli che mi hanno confuso e addolorato alla fine. Non farò mai il nome di questo scrittore russo, lui diceva di amarmi alla follia. Rimedio sempre reazioni da fuori di testa negli uomini, ma non durano. Nel senso, sono in pochi a mantenere le promesse. Oppure le mantengono non senza prima infliggermi castighi tali da rimpiangerne al limite l’infedeltà. Sadici, insicuri, vili, deboli.

Ma io perdono, li perdono tutti.

le scelte

cropped-ver-letter.jpegLe scelte sono coraggiose o non sono scelte. Scegliere significa rinunciare a qualcosa, lo sappiamo bene, per questo scegliamo sempre con una certa indolenza. Ieri ho scritto a lui. Lui è mio marito. E’ importante il prefisso ex? No, infatti no. Non chiamarmi, gli ho scritto, considerato l’appunto di cui sopra. Si fa una scelta, si rinuncia ad altro. Lui l’ha fatta, ma non sa rinunciare, come molti uomini. E molti di costoro hanno promesso enormità del tipo: ti raggiungerò ovunque tu sia, in qualsiasi isba terrificante tu sia (qui alziamo il livello). Mi butterò nel fuoco per te. Amico, non è un fuoco, sono quattro cartacce – chessò lettere, testi per il teatro, bigliettini d’auguri – che si sono appena estinte insieme con il mio amor proprio.

Devo scegliere dove soggiornare, propendo comunque ancora per la Francia, forse la Provenza. Delego a ogni futilità la responsabilità della mia prossima guarigione. Guarirò? Sì? E aspetterò quell’uomo che tengo in mente, capace di restare, pregherò di incontrarlo, non dispero che non accada. Accadrà. Quel che tarda giungerà e accadrà, lo diceva un teologo.

E magari l’ho già incontrato e poi ritorna? Sono nello step sentimentale. E’ vero, me ne accorgo, per anni non ho scritto e parlato altro che di libri, e cose che attenevano anaffettivamente a dettagli che mi ero convinta fossero i soli necessari alla mia soddisfazione. Così avevo realizzato il modo di sopravvivere a un grande lutto. Avevo seppellito tutto da qualche parte. Tutto è riemerso in un battito di ciglia. Avevo seppellito l’ultima immagine di quella vita di prima nelle pagine del romanzo (Sangue di cane, nda), c’era un asse da stiro, una camicia sopra; una mensola, un vasetto con un fiore dai petali bianchi, c’era un buon odore, le tendine chiare, il sole che batteva sulle ampie vetrate del soggiornino. Era la mia casa. Lasciai tutto con il rammarico di non aver passato lo straccio in bagno e rifatto il letto. Dovevo lasciare tutto, tutto franava e io pensavo a rifare il letto, riordinare la stanzetta di Patrick. Mio marito era sparito.

Certo certo poi è tornato, a cercarmi tra le macerie. Certo. Tornai dai miei, nel piccolo appartamento, sopra il loro. La figlia. Apparecchiai l’altare, edificai il mio tempio, riprodussi la camera coniugale, esattamente, disponendo la precisa angolazione, letto, mobili, oggetti. Per anni, la porta chiusa. Un tempio. Quindi, le scelte. Sono coraggiose sempre o non sono scelte. Se te ne vai, voglio dire, non puoi tornare. E’ chiaro?

Quanto dura un lutto?

Quante volte userò l’abominevole sostantivo: abbandono. Punto. E allo scrittore russo direi: quando scrivi “non ti amo più” puoi togliere la virgola, alla fine, per introdurre il vocativo. Dai, chiamiamole licenze. Eliminare il nome. Vera, Verocka, Veronìka, Nika.

vorrei essere speciale

Trovo alcune foto in bianco e nero. Niente di meglio per un’ egolatra come me. Natale in casa dei nonni, a Terni, avevo sei anni e pochi dentini. Oh, la casa dei nonni, il profumo di legna, l’aria fredda del mattino, il nitore di quei giorni. Natale TerniL’egolatra ricorda. Cioè io ricordo. Ero davvero speciale per loro. Adesso vorrei esserlo ancora. Esserlo definitivamente, con assolutezza e solo per una persona. Invece sono speciale un po’ per lui. Sono stata speciale per quel russo? Le domande, sì. Fanne una sbagliata e sei infelice per qualche mese, come minimo, o assuntore in progress di psicofarmaci che ti rimettano a posto una non meglio identificata sensibilità sbarra fragilità sbarra miseria.

Vorrei essere speciale per qualcuno, il primo e l’ultimo dei pensieri. Questi sono i desideri che indeboliscono la volontà, sapete? Ve li svelo uno ad uno. Pensare qualcosa del tipo: voglio essere amata per sempre e così via è la ragione di tutti i tormenti. Pensare di per sé è già una insidia. Piango di meno. Sì ok, chissenefrega. La mattina sono in piedi alle sette e accompagno mio figlio a scuola. Brava bambina. Il pomeriggio corro in pineta. Prego. Dobbiamo perdonarci. Il dolore diventa dolce di nuovo, mi sta lasciando finalmente – spero – quella specie di parossismo. Quando mi innamoro di qualcuno sono capace di qualsiasi cosa, ma la regola vale per tutti, non sono epica io soltanto, lo siamo tutti in quel particolare stato di grazia.

I primi giorni del crollo (ma era anche un effetto a margine del farmaco) piangevo come una ragazzina davvero. E chiedevo sinceramente sgomenta perché nessun uomo riuscisse ad amarmi. La mia psichiatra non mi risponde. Le chiederò di nuovo questa cosa. Più che altro mi ha spiegato i motivi ragionevoli della storia con lo scrittore, voglio dire della fine della storia con lo scrittore russo. A me non interessano motivi ragionevoli in questa fase. Certi uomini hanno bisogno di più donne, almeno due. Che tristezza capire certi uomini. Oppure: che tenerezza capire certi uomini nella loro debolezza, anzi sensibilità meccanica, sensibilità che soccombe al loro virilismo.

Allora non dobbiamo sbagliare le domande.

Ieri avevo appena finito di correre in pineta, avevo ancora il fiatone, quando un giovane mi ferma e mi dice: Signora posso farle i miei complimenti? Come una sciocca ho pensato che si riferisse al mio aspetto. E invece: Ho letto Sangue di cane, il libro più bello e complicato che abbia mai letto. Aggiunge il giovane. Gli stringo la mano. Gli chiedo: Ma come hai fatto a riconoscermi? E lui dice: Signora, io la vedo sempre, non avevo il coraggio, ma io la vedo ogni giorno qui. Ah, dunque riconosci l’autrice in quell’insetto che procede nel suo compitino quotidiano? Non crepare di inedia, di tristezza, ma agire agire. Tenerci insomma, ad avere le gambe dure, affusolate, una bella caviglia, i capelli in ordine. Ma quando si corre: capelli in ordine? Sì, anche. E il rossetto sapete indossato ogni mattina, prima di iniziare a scrivere. Una volta il rito prevedeva la prima sigaretta. Oggi ho smesso di fumare. Rimane il rossetto, i capelli in ordine, all’incirca.

Quel che contano sono le non domande. Le assenze.

Sì. Yes. I do.

L’ora del deserto. Ognuno di noi sa di cosa parlo. Non credo esista uomo che non abbia provato lo smarrimento e la desolazione, non abbia provato a scansare il calice, non abbia tremato sul proprio monte di cenere o invocato la salvezza seduto sulla rupe prossimo all’abisso.

I miei giorni sono migliori, non felici, ma migliori. Sono nella fase della accettazione, dubito continuamente, tuttavia. Ogni tanto penso allo scrittore, non intendo odiarlo, non ne sono capace. Ad ogni nostra conversazione, ad ogni nostro scambio di lettere sentimentali anche, lui voleva essere rassicurato, chiedeva del mio amore. Erano dei riti in fondo, ripetere il mio amore per intero. Pazzia. Non rispondere con un semplice: sì. Yes. I do. No, per intero. Full, please, chiedeva.  E lui, l’altro, alla stessa maniera chiedeva la medesima rassicurazione: ieri per errore gli è sfuggita la domanda: mi ami? Eh? Poi dice: scusa, ho capito male. Io non indugio ovviamente, mi sembra inutile. Non dico ingiusto, perché su onestà e giustizia non sono pronta a pronunciarmi.

Vivo in questa grande confusione. Persino di ruoli. Qual è il mio. Non solo il ruolo di madre, non può bastarmi solo quello, per favore. Peraltro esplicato con non poche incompetenze. Il mio ruolo di donna, ok? Cerco di spiegarlo alla mia psichiatra. Non mi si capisce, però. Non è un ruolo secondario, non siamo solo madri, non lo siamo perlomeno tutte e riuscite. No.

Riflettevo sul male esploso queste settimane. Cioè il dolore, voglio dire. Da dove viene, mi sono chiesta a lungo. Non dipende dal mio beloved, in parte, certo, o del tutto. Però, tolto lui, quel che mi opprime è ciò che affiora. E affiora il deserto, le periferie dei mie anni giovanili. La polvere, il sole pesante di un preciso rione, gli zombie di quel rione, il nulla, il tedio mortale. Sempre lo stesso. Un insulso procedere verso l’alienazione, la mortificazione del talento, della speranza. Quel tizio che si bucava e che io avevo scelto come mio personalissimo castigo. I suoi compagni che non furono mai i miei, l’estraneità, un paesaggio che mi respingeva, l’aborto di me stessa che non riconosceva i suoi simili. Mai. Ecco cosa fa male. Tolto il lutto dell’abbandono, restano i deserti. La mia giovinezza. Ed è lì che tutto si realizza, la fragilità che mi seguirà fedele e noiosa per il resto dei giorni, con vaghi richiami all’infanzia, felice per giunta, eppur anche lì non esattamente, non del tutto.

Quando ho scritto per Giulio Mozzi un testo sulla mia formazione di scrittrice, cominciai con l’affermazione: ero una bambina triste. Dunque, non ho scuse.

il viaggio

Continuo a ragionare sull’idea del viaggio. Penso Parigi, potrebbe essere la destinazione più prossima al mio bisogno. Devo tornarci, dai miei vent’anni, giù di lì, non spero altro: tornarvi. Nel medesimo attico su Montmartre, a qualche metro dalla Basilica del Sacro Cuore, dai suoi infiniti gradini. Non cercherò Timò. Immagino lunghe passeggiate, o pause tranquille con il moleskine sulle ginocchia. E così capire, riassumere, non avere fretta, dimenticare. Tornerò, però devo stare anche attenta, non peccare di ingenuità come d’abitudine. Ho rischiato grosso, sapete, riesco sempre a cacciarmi nei guai, malgrado sia una persona calma. Ma tanto è. Durante quel soggiorno a Parigi, sulla piazza del Moulin Rouge (ero a Pigalle, non sapevo cosa fosse Pigalle, già), un uomo altissimo, un indiano non so da dove diavolo venisse, scuro, con una cicatrice sul viso butterato, mi chiese qualcosa una sigaretta, alcune domande, mi seguì a lungo. Insomma, erano giorni in cui diverse donne bianche erano sparite misteriosamente, finivano nella tratta, in qualche bordello di Pigalle o di Amsterdam o in Belgio. C’era una droga che girava, in certi locali, le ragazze bevevano et voilà si ritrovavano l’indomani in stanze anonime segregate o violentate. Mi spiegarono che quello strano indiano o non so probabilmente aveva in testa qualcosa del genere, farmi finire in un postribolo. Ecco tutto.

Un episodio inquietante, mi servirà da lezione una prossima volta. Non parlare con chiunque, evitare la mia stupida gentilezza, qualche volta è stupida perché usata male. Nel frattempo sta passando anche il week end, e sono sopravvissuta alla malinconia del week end. Lui mi ha chiamato tre volte, ieri. Perché fosse più facile sopravvivere al week end. Lui mi ha detto che forse è meglio lasciar perdere la Francia, “dai non sai una parola di francese” ha detto sorridendo. Stanotte l’ho sognato ancora una volta. Sogni sempre più indecifrabili o forse drammaticamente espliciti. Salivamo le scale di un palazzo di periferia, quella periferia che ho frequentato da ragazzina (ne racconto in Christiane deve morire, Gaffi). Erano falansteri, dove si spacciava, dove i tossici finivano in overdose in baracche di lamiera. Uno di quei deserti a cui devo il male di questi giorni, nel frattempo ho maturato la certezza, dunque il male non dipende soltanto dal mio scrittore russo. No. Nel sogno, saliamo su per la rampa, io e lui, incontriamo un uomo, di mezza età. Una scena senza senso. Quest’uomo ha una siringa conficcata nell’avambraccio, notiamo il sangue.  Temiamo, per un attimo. Proseguiamo, fino ad addentrarci in una specie di ballatoio, c’è gente che dorme per terra, donne imbruttite dalla miseria, sono stese  su pagliericci. Una bruna dice: “non mi alzo da qui, se non per cose importanti”. Dialoghi. Erano le case occupate? Quelle che ho incontrato con lui, quando era soltanto un giovane uomo dell’est provato dall’alcol e dallo spaesamento, dalle frontiere, dalla coercizione, dalla clandestinità?

Allora, Parigi?