L’oro si prova col fuoco. Il sogno. La madre.

C’è sempre una madre all’inizio. Non la mia. Degli uomini che ho amato. Ma non una madre che io incontri, che io debba conoscere. C’è una madre che mi compare in sogno. Mai vista. Così è accaduto anche stavolta. Lui le siede accanto, non parla. Lei invece mi dice qualcosa. Mi sveglio così con il solito peso sul petto, malgrado le mie piccole compresse di felicità, assunte con nuovi dosaggi. Mi prende un pianto terribile. Prego per quel che mi riesce e non mi riesce sempre. Penso a esortazioni bibliche, alle parole evangeliche: “non temere“. E non temere è la promessa di Cristo intesa proprio nell’ora del deserto, quando la fede ti costringe alla prova. Le prove che si consumano nel crogiolo del dolore, dice Siracide. L’oro si prova col fuoco. Sono madri che non conoscerò mai. Sono morte entrambe. Dico entrambe perché mi riferisco anche alla madre del mio primo marito. Ed era un uomo dell’est anche il mio primo marito. Il mio primo marito era vissuto in orfanotrofio. A diciassette anni aveva già un figlio, una moglie. Aveva fatto la galera. Ed era un alcolizzato. A diciassette anni. Cercava sua madre. Diceva che era un vero figlio di puttana, perché era cresciuto in orfanotrofio e sua madre doveva essere certamente una kurwa. Ne racconto in parte in Sangue di cane (Laurana Editore). Avevo vent’anni più o meno. Il mio primo marito era uno di quei giovani uomini della cosiddetta generazione del nulla, indottrinata e indolente, una specie di caos umano nutrito dalla caduta del muro. Viveva nelle case occupate, beveva, amava moltissimo le donne. Anzi era il contrario veramente. Le donne amavano lui.

Sognai sua madre. Cioè sognai di essere sua madre. Lui aveva gli occhiali franati sul naso, un po’ storti, era ubriaco. Mi abbracciava piangendo, di un pianto cavernoso, inarrestabile. Io ero la madre che non aveva mai conosciuto. Eravamo in un sottoscala, la luce era pesante, gialla. Non sapevo ancora nulla, allora, del mio primo marito, della faccenda dell’orfanotrofio, della sua ubriachezza.

Così stanotte ho sognato sua madre. Di questo nuovo amore di cui devo farmi una ragione. E non ci sono meno tragedie stavolta, no. Mi si chiede un sacrificio enorme. Forse pure un amore non corrisposto, non più. Per guarire qualcos’altro, un abominio consumato, l’immane crimine di cui non parlerò, di cui non posso riferire. E son sicura che anche lui mi abbia amato, per un breve lasso, più di quel che meritassi. A me competono amori brevi e fugaci. Io invece inseguo l’eternità. E di solito amo per sempre. Salvo svegliarmi una mattina, le mani e le braccia intorpidite, gli occhi gonfi, le guance bagnate. Salvo svegliarmi una mattina stordita dalla furia. E con la stessa domanda sfuggirmi dal seno, covata come il più temibile dei segreti, l’amore quando diventa terrore. E chiedo. Dio mio, cosa vuoi da me? Dimmi, cosa ancora devo compiere, quante lacrime custodirai nella tua otre sacra, quanti miei passi vacillanti conterai, da qui alla fine?

I’m lost little girl.

 

 

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