un esercizio di resistenza

La sera non riesco a dormire che dopo la mezzanotte. La perfidia dell’inconscio che ancora aspetta. Sono su di giri, non so come dire. E’ l’effetto che sale, forse, cioè sono in quota. Il farmaco comincia a funzionare. Se non fosse per il down la mattina. Mi sostengo da sola. Coraggio, dai, mi guardo allo specchio, indosso sempre il rossetto, anche se rimango in casa. Pettino i capelli, non rinuncio alla mia vanità. E’ un esercizio di resistenza. Continuo a correre il pomeriggio. O faccio lunghe passeggiate in pineta. E quando scorgo il cielo tra una fronda e l’altra, cerco di pensare a Dio e ricordarmi com’era, fino a un mese fa, fino a prima di incontrarlo. Avevo raggiunto il distacco necessario per non soffrire delle cose del mondo. Eppure era perfetto, desiderarlo, l’amore, e non averlo. Non soffrire e osservare il tutto con una visione di giustizia e ragionevolezza. Le cose succedono rapidamente. Quel che si aspetta per anni, accade in un secondo.

E’ andata, allora persino la felicità era intollerabile, una specie di cilicio che mi sembrava di dover trascinare a ragione di un tale regalo del cielo. Era una nuova condizione, mai provata, qualcosa di maturo e tenace. Dico di stare meglio, lo dico la sera, anzi a cominciare dal pomeriggio, il momento in cui vado in quota, indotta chimicamente alla speranza, all’azione. Non che agisca granché, ma sono capace persino di ridere. Rido con stanchezza. A lui lo avevo detto: non farmi soffrire. Idiozie sentimentali. Non farmi soffrire. Adesso cerco il senso di questo incontro. Sono in questa fase.  Guardo il romanzo, il suo, quel titolo che mi sconvolge tuttora: il mio nome. Il mio nome.

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