le due settimane

Le prime due settimane di assunzione del farmaco sono le peggiori e certi sintomi sembrano più gravi. Tutto invece procede, malgrado la mia irrequietezza, le crisi della mattina, i pianti del pomeriggio. Lui mi chiama sempre. Si sente in colpa. Dico: ma cosa c’entri tu? Sono nata così. Non sei tu ad avermi abbattuto. E’ stato il russo, chiede. No aggiungo, no. Si sente in colpa, ma deve essere felice lui che può. Io sono di traverso tra lui e la sua nuova vita. E non voglio. Lo prego di non chiamarmi ché è meglio, che soffro meno, poi c’è lei che è insicura e non so, quella donna ucraina intendo. Lasciatemi fuori. Nessuno mi impedirà di chiamarti, dice, nessuno neanche lei. Capisco che forse il bisogno è suo, non mio. E’ una dipendenza. Gli ho dedicato tre romanzi, non era un amore e basta. Ma adesso dovrebbero ricominciare, lui e l’altra. Anch’io vorrei. Piango, sono le tre del pomeriggio, piangerò per ore. Lui mi chiama. Gli prometto un sacco di balle: starò bene, sì sì, andrò avanti; domani corro; sì sì. Chiudo. Ripiombo nel buio. Lui ha detto: tra la mia vita e la tua serenità, io scelgo la tua serenità. E la lascio, se lei non capisce. E lui le ha detto: devi capire, o vai via.

E’ un tempo orrendo stranissimo. Il mio bisogno d’amore mi sta uccidendo e io vi racconto tutto. La mia vita si è fermata.

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