non ci sarà niente dopo di me, dice.

Vorrei tornare a Parigi. A Montmartre. Stamattina mi sveglio con questo pensiero. E’ importante che mi svegli con pensieri felici. E’ una forzatura. Forse tornare a Parigi non lo sarebbe. Avevo ventidue anni. Avevo conosciuto Timò, l’ultimo giorno, prima di partire. Di fronte la Basilica del Sacro Cuore, c’era Timò. Credo che fosse più grande di me. Biondo, occhi chiari, molto francese. Ogni giorno passeggiavo tra gli artisti con i cavalletti e gli acquerelli esposti. Timò mi guardava dal suo negozio di artigianato. La greca. Non sono greca, sono italiana, signore. Dissi. Vuoi uscire stasera? Chiese, Timò. E io dovevo partire, accidenti.

Pensare di tornare a Parigi è un pensiero felice. Non con le stesse motivazioni. Mi ricordo la leggerezza di allora, a tratti, come sempre. Ricordo lo stupore tra i piani de La Fayette, nei padiglioni di Chopard, indossando strane gonne, tutti i profumi dolciastri provati sul collo, sulle mani. I miei occhi lucidi in uno specchio di una vetrina. La galleria. Timò. Le luci di Parigi, io pensierosa sui boulevard, sul ponte oltre la Senna.

La mia giovinezza stentava ad annunciarsi. Sono sempre stata troppo vecchia forse, o troppo avanti, o troppo indietro. A Timò ero piaciuta subito. Ma dovevo tornare alla mestizia, alla mediocrità. Questo per me significava tornare a casa. Avevo già letto la Rochefort, immaginavo la vita di Genevieve e Renaud (Il riposo del guerriero, Longanesi, 1958). Avevo già appreso la diseducazione in certe faccende, non so come dire. Nessuna esperienza al riguardo, tuttavia, nessun amore anticonvenzionale ancora, nessuna torrida passione. Poi sarebbe accaduto. Sì, sono stata fortunata, posso dire, madame Rochefort, che sono in grado di capire la sua Genevieve, l’indecenza e il candore del suo tormento. Tutto questo per dire che forse si può essere felici a tratti, qualche minuto, in una giornata. Si può dimenticare il deserto di certi anni? Dove sono quegli anni? Sono la ragione di tutti i miei mali, quella polvere, quella periferia, quel sole terribile, quel nulla. E io conservo il nulla, il vuoto. Il vuoto è il mio male. Come liberarsi dal vuoto? Come non precipitare nel vuoto?

Ieri ho detto a lui: non chiamare. Lo fa per me, per aiutarmi. Non è vero. Lo fa per lui.

Perché non ci sarà niente dopo di me, dice.

 

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