volevo salvare tutti

Non ho mai pensato di essere una da antidepressivi. Presunzione. Volevo salvare tutti. Mi sta bene. Da ragazzina, avevo questa mania: volevo salvare tutti. Non avevo idea di quanto fossero crudeli le cose del mondo, le fragilità del mondo. Il primo fidanzato a diciassette anni, senza passione, senza amore, solo per pietà, si faceva. Idiota. Si faceva, in gergo. Eroina. Aveva tentato il suicidio con un grammo di roba, non era morto, e questo soltanto un mese prima di incontrarmi. Ero piena di vita, in fondo, potevo risparmiarmi questo castigo, sert, scimmia (rota o astinenza), metadone, discorsi da tossici, hiv. Sentivo parlare solo di queste cose, a diciassette anni, la liceale con il vezzo di salvare il mondo e leggere libri precoci. Non chiedetemi come ne sia uscita, prevedibile no. Da sopravvissuta, ovvio. Un mucchio di problemi, un equilibrio direi anarchico, non so, un disastro.

Poi ho incontrato mio marito, il grande amore, la passione, qualcosa da Romeo e Giuletta, sapete, il mio romanzo Sangue di cane vi racconta ogni dettaglio (http://www.laurana.it/libro_1.php). Ci vorrebbe la musica di Nino Rota, metterò il link più giù. Vent’anni d’amore. Vent’anni passati a volerlo salvare con misericordia e ostinazione. Trascinato per i piedi fuori dai suoi abissi. E trovo esatta solo questa parola: abissi. Guarito, curato, protetto. Difeso persino dalle sue troppe donne, che venivano a cercarlo disperate, avvelenate. Così non mi sorprende che questa sua ultima mi perseguiti ossessivamente. Sentirà l’incombenza del passato, un gigante difficile da tollerare, posso capirla, tutto sommato. A questo amore si è ispirata la mia scrittura, sarà impossibile cambiare poetica adesso, di punto in bianco, per consolare lei, che non conosco.

Non ti devi avvicinare a mia moglie, alla mia ex moglie le ha detto lui. Non puoi cancellarla. Forse sarebbe meglio un po’ per tutti. La mia scrittura – le piaccia o meno – è dedicata alla vita avventurosa e drammatica di quest’uomo. Come spiegare a quella donna che ciò che si scrive mentendo è la verità. L’incipit del nuovo romanzo ne è una specie di suggello:

“Ho attraversato il lungo e buio corridoio dell’orfanotrofio di Radom. Ero io. Io ti ho preso tra le braccia, ti ho guardato per la prima volta, i tuoi occhi obliqui erano ancora quelli di un infante. Radom era piena di neve, era gennaio. I tuoi piccoli piedi si muovevano a stento sul pavimento freddo, avvolti da tenere babbucce. Io ero tua madre. Ti sollevai, sgambettavi come tutti gli infanti. E un giorno mi hai rincontrato e non mi hai chiesto tylko ciebie, matko? Sei tu, mamma?”

Ero io sì. Lui mi è complice. Sa che scrivo di lui, che non posso smettere di scrivere di lui. Almeno fino a qualche tempo fa. Ho normalizzato il dolore del suo abbandono, addomesticato voglio dire. Mi sono innamorata di nuovo, del mio amato scrittore russo. E’ stato un miracolo. E’ successo.

Oggi sono una da antidepressivi, ecco tutto. Che vi sia di insegnamento. Divertente, no? Oggi è San Valentino e neanche un fiore dal mio amato scrittore russo o dal mio ex marito. Così ho indossato una camicetta azzurra, le scarpe con un piccolo tacco, i capelli sollevati e il solito rossetto mattone. E nessun uomo a guardarmi, a dirmi che forse sono bella ancora. Non sono la stella di nessuno, non so per chi brillare.

 

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