guarigione

Vi ho già detto che sono post terapeutici. Ma a dir la verità non so nemmeno quanto possano concorrere alla causa guarigione. Guarigione. Da cosa? Non so fare altro che scrivere, ogni accidenti nella mia vita diventerà sempre esercizio di stile. Meschinità. Bisogna che capisca da cosa devo guarire, da dove arriva questo dolore. Non quello dolce addomesticato, che non temerei più, quello che riguardava la mia vita di prima, il mio ex marito, un tempo preciso, il centro commerciale, la spesa, la passeggiata il sabato, il bambino. Noi insomma. Quest’altro dolore invece che è aspro e non è mai sazio, che è disperato, esigente, che si agita e angustia con insolenza. E’ una bella distinzione, io e il mio amico scrittore, l’altro giorno, ne abbiamo discusso con competenza, scambiandoci il nome dei farmaci.

Il mio amico scrittore dice che non è possibile che io sia crollata per uno che non ho mai visto e che ho amato soltanto via lettera. E intanto tutto è cominciato da lì. Lui dice che il disagio già c’era e riassume molte altre cose. Può darsi, ma adesso soffro in special modo  per quell’uomo che mi ha allontanato neanche un mese fa. E sembra un secolo. Ma è tutto abbastanza vivo e sanguinante, non so come dire, un secolo o un giorno il mio animo è abbattuto. Sono post terapeutici, e io mi vergogno da morire di mostrare la debolezza e il bisogno e lo faccio lo stesso. E’ una scelta tutto sommato, darmi in pasto, dacché scrivo, cioè da sempre. Lui, il grande scrittore, mi consigliava una scrittura neutra, non devi usare il dolore mi diceva, non occorre. Non deve partecipare (il dolore). Dovevo usare il distacco e dovevo farmi bastare una vita normale, la routine, senza troppi sussulti, lui viveva così. Balle. Non viveva così, quando ha conosciuto me. Non riusciva  a credere al miracolo, diceva che amare era un privilegio di pochi, poi era toccato a lui. Riassumevo i personaggi femminili dei suoi romanzi e che lui aveva amato, già. Ne era certo e sgomento. Non gli avrei consegnato la routine, non sono una che almeno all’inizio promette la normalità. Ma solo all’inizio.

Che privilegio, piuttosto, la normalità.

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