il viaggio

Continuo a ragionare sull’idea del viaggio. Penso Parigi, potrebbe essere la destinazione più prossima al mio bisogno. Devo tornarci, dai miei vent’anni, giù di lì, non spero altro: tornarvi. Nel medesimo attico su Montmartre, a qualche metro dalla Basilica del Sacro Cuore, dai suoi infiniti gradini. Non cercherò Timò. Immagino lunghe passeggiate, o pause tranquille con il moleskine sulle ginocchia. E così capire, riassumere, non avere fretta, dimenticare. Tornerò, però devo stare anche attenta, non peccare di ingenuità come d’abitudine. Ho rischiato grosso, sapete, riesco sempre a cacciarmi nei guai, malgrado sia una persona calma. Ma tanto è. Durante quel soggiorno a Parigi, sulla piazza del Moulin Rouge (ero a Pigalle, non sapevo cosa fosse Pigalle, già), un uomo altissimo, un indiano non so da dove diavolo venisse, scuro, con una cicatrice sul viso butterato, mi chiese qualcosa una sigaretta, alcune domande, mi seguì a lungo. Insomma, erano giorni in cui diverse donne bianche erano sparite misteriosamente, finivano nella tratta, in qualche bordello di Pigalle o di Amsterdam o in Belgio. C’era una droga che girava, in certi locali, le ragazze bevevano et voilà si ritrovavano l’indomani in stanze anonime segregate o violentate. Mi spiegarono che quello strano indiano o non so probabilmente aveva in testa qualcosa del genere, farmi finire in un postribolo. Ecco tutto.

Un episodio inquietante, mi servirà da lezione una prossima volta. Non parlare con chiunque, evitare la mia stupida gentilezza, qualche volta è stupida perché usata male. Nel frattempo sta passando anche il week end, e sono sopravvissuta alla malinconia del week end. Lui mi ha chiamato tre volte, ieri. Perché fosse più facile sopravvivere al week end. Lui mi ha detto che forse è meglio lasciar perdere la Francia, “dai non sai una parola di francese” ha detto sorridendo. Stanotte l’ho sognato ancora una volta. Sogni sempre più indecifrabili o forse drammaticamente espliciti. Salivamo le scale di un palazzo di periferia, quella periferia che ho frequentato da ragazzina (ne racconto in Christiane deve morire, Gaffi). Erano falansteri, dove si spacciava, dove i tossici finivano in overdose in baracche di lamiera. Uno di quei deserti a cui devo il male di questi giorni, nel frattempo ho maturato la certezza, dunque il male non dipende soltanto dal mio scrittore russo. No. Nel sogno, saliamo su per la rampa, io e lui, incontriamo un uomo, di mezza età. Una scena senza senso. Quest’uomo ha una siringa conficcata nell’avambraccio, notiamo il sangue.  Temiamo, per un attimo. Proseguiamo, fino ad addentrarci in una specie di ballatoio, c’è gente che dorme per terra, donne imbruttite dalla miseria, sono stese  su pagliericci. Una bruna dice: “non mi alzo da qui, se non per cose importanti”. Dialoghi. Erano le case occupate? Quelle che ho incontrato con lui, quando era soltanto un giovane uomo dell’est provato dall’alcol e dallo spaesamento, dalle frontiere, dalla coercizione, dalla clandestinità?

Allora, Parigi?

 

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