Sì. Yes. I do.

L’ora del deserto. Ognuno di noi sa di cosa parlo. Non credo esista uomo che non abbia provato lo smarrimento e la desolazione, non abbia provato a scansare il calice, non abbia tremato sul proprio monte di cenere o invocato la salvezza seduto sulla rupe prossimo all’abisso.

I miei giorni sono migliori, non felici, ma migliori. Sono nella fase della accettazione, dubito continuamente, tuttavia. Ogni tanto penso allo scrittore, non intendo odiarlo, non ne sono capace. Ad ogni nostra conversazione, ad ogni nostro scambio di lettere sentimentali anche, lui voleva essere rassicurato, chiedeva del mio amore. Erano dei riti in fondo, ripetere il mio amore per intero. Pazzia. Non rispondere con un semplice: sì. Yes. I do. No, per intero. Full, please, chiedeva.  E lui, l’altro, alla stessa maniera chiedeva la medesima rassicurazione: ieri per errore gli è sfuggita la domanda: mi ami? Eh? Poi dice: scusa, ho capito male. Io non indugio ovviamente, mi sembra inutile. Non dico ingiusto, perché su onestà e giustizia non sono pronta a pronunciarmi.

Vivo in questa grande confusione. Persino di ruoli. Qual è il mio. Non solo il ruolo di madre, non può bastarmi solo quello, per favore. Peraltro esplicato con non poche incompetenze. Il mio ruolo di donna, ok? Cerco di spiegarlo alla mia psichiatra. Non mi si capisce, però. Non è un ruolo secondario, non siamo solo madri, non lo siamo perlomeno tutte e riuscite. No.

Riflettevo sul male esploso queste settimane. Cioè il dolore, voglio dire. Da dove viene, mi sono chiesta a lungo. Non dipende dal mio beloved, in parte, certo, o del tutto. Però, tolto lui, quel che mi opprime è ciò che affiora. E affiora il deserto, le periferie dei mie anni giovanili. La polvere, il sole pesante di un preciso rione, gli zombie di quel rione, il nulla, il tedio mortale. Sempre lo stesso. Un insulso procedere verso l’alienazione, la mortificazione del talento, della speranza. Quel tizio che si bucava e che io avevo scelto come mio personalissimo castigo. I suoi compagni che non furono mai i miei, l’estraneità, un paesaggio che mi respingeva, l’aborto di me stessa che non riconosceva i suoi simili. Mai. Ecco cosa fa male. Tolto il lutto dell’abbandono, restano i deserti. La mia giovinezza. Ed è lì che tutto si realizza, la fragilità che mi seguirà fedele e noiosa per il resto dei giorni, con vaghi richiami all’infanzia, felice per giunta, eppur anche lì non esattamente, non del tutto.

Quando ho scritto per Giulio Mozzi un testo sulla mia formazione di scrittrice, cominciai con l’affermazione: ero una bambina triste. Dunque, non ho scuse.

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