vorrei essere speciale

Trovo alcune foto in bianco e nero. Niente di meglio per un’ egolatra come me. Natale in casa dei nonni, a Terni, avevo sei anni e pochi dentini. Oh, la casa dei nonni, il profumo di legna, l’aria fredda del mattino, il nitore di quei giorni. Natale TerniL’egolatra ricorda. Cioè io ricordo. Ero davvero speciale per loro. Adesso vorrei esserlo ancora. Esserlo definitivamente, con assolutezza e solo per una persona. Invece sono speciale un po’ per lui. Sono stata speciale per quel russo? Le domande, sì. Fanne una sbagliata e sei infelice per qualche mese, come minimo, o assuntore in progress di psicofarmaci che ti rimettano a posto una non meglio identificata sensibilità sbarra fragilità sbarra miseria.

Vorrei essere speciale per qualcuno, il primo e l’ultimo dei pensieri. Questi sono i desideri che indeboliscono la volontà, sapete? Ve li svelo uno ad uno. Pensare qualcosa del tipo: voglio essere amata per sempre e così via è la ragione di tutti i tormenti. Pensare di per sé è già una insidia. Piango di meno. Sì ok, chissenefrega. La mattina sono in piedi alle sette e accompagno mio figlio a scuola. Brava bambina. Il pomeriggio corro in pineta. Prego. Dobbiamo perdonarci. Il dolore diventa dolce di nuovo, mi sta lasciando finalmente – spero – quella specie di parossismo. Quando mi innamoro di qualcuno sono capace di qualsiasi cosa, ma la regola vale per tutti, non sono epica io soltanto, lo siamo tutti in quel particolare stato di grazia.

I primi giorni del crollo (ma era anche un effetto a margine del farmaco) piangevo come una ragazzina davvero. E chiedevo sinceramente sgomenta perché nessun uomo riuscisse ad amarmi. La mia psichiatra non mi risponde. Le chiederò di nuovo questa cosa. Più che altro mi ha spiegato i motivi ragionevoli della storia con lo scrittore, voglio dire della fine della storia con lo scrittore russo. A me non interessano motivi ragionevoli in questa fase. Certi uomini hanno bisogno di più donne, almeno due. Che tristezza capire certi uomini. Oppure: che tenerezza capire certi uomini nella loro debolezza, anzi sensibilità meccanica, sensibilità che soccombe al loro virilismo.

Allora non dobbiamo sbagliare le domande.

Ieri avevo appena finito di correre in pineta, avevo ancora il fiatone, quando un giovane mi ferma e mi dice: Signora posso farle i miei complimenti? Come una sciocca ho pensato che si riferisse al mio aspetto. E invece: Ho letto Sangue di cane, il libro più bello e complicato che abbia mai letto. Aggiunge il giovane. Gli stringo la mano. Gli chiedo: Ma come hai fatto a riconoscermi? E lui dice: Signora, io la vedo sempre, non avevo il coraggio, ma io la vedo ogni giorno qui. Ah, dunque riconosci l’autrice in quell’insetto che procede nel suo compitino quotidiano? Non crepare di inedia, di tristezza, ma agire agire. Tenerci insomma, ad avere le gambe dure, affusolate, una bella caviglia, i capelli in ordine. Ma quando si corre: capelli in ordine? Sì, anche. E il rossetto sapete indossato ogni mattina, prima di iniziare a scrivere. Una volta il rito prevedeva la prima sigaretta. Oggi ho smesso di fumare. Rimane il rossetto, i capelli in ordine, all’incirca.

Quel che contano sono le non domande. Le assenze.

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