le scelte

cropped-ver-letter.jpegLe scelte sono coraggiose o non sono scelte. Scegliere significa rinunciare a qualcosa, lo sappiamo bene, per questo scegliamo sempre con una certa indolenza. Ieri ho scritto a lui. Lui è mio marito. E’ importante il prefisso ex? No, infatti no. Non chiamarmi, gli ho scritto, considerato l’appunto di cui sopra. Si fa una scelta, si rinuncia ad altro. Lui l’ha fatta, ma non sa rinunciare, come molti uomini. E molti di costoro hanno promesso enormità del tipo: ti raggiungerò ovunque tu sia, in qualsiasi isba terrificante tu sia (qui alziamo il livello). Mi butterò nel fuoco per te. Amico, non è un fuoco, sono quattro cartacce – chessò lettere, testi per il teatro, bigliettini d’auguri – che si sono appena estinte insieme con il mio amor proprio.

Devo scegliere dove soggiornare, propendo comunque ancora per la Francia, forse la Provenza. Delego a ogni futilità la responsabilità della mia prossima guarigione. Guarirò? Sì? E aspetterò quell’uomo che tengo in mente, capace di restare, pregherò di incontrarlo, non dispero che non accada. Accadrà. Quel che tarda giungerà e accadrà, lo diceva un teologo.

E magari l’ho già incontrato e poi ritorna? Sono nello step sentimentale. E’ vero, me ne accorgo, per anni non ho scritto e parlato altro che di libri, e cose che attenevano anaffettivamente a dettagli che mi ero convinta fossero i soli necessari alla mia soddisfazione. Così avevo realizzato il modo di sopravvivere a un grande lutto. Avevo seppellito tutto da qualche parte. Tutto è riemerso in un battito di ciglia. Avevo seppellito l’ultima immagine di quella vita di prima nelle pagine del romanzo (Sangue di cane, nda), c’era un asse da stiro, una camicia sopra; una mensola, un vasetto con un fiore dai petali bianchi, c’era un buon odore, le tendine chiare, il sole che batteva sulle ampie vetrate del soggiornino. Era la mia casa. Lasciai tutto con il rammarico di non aver passato lo straccio in bagno e rifatto il letto. Dovevo lasciare tutto, tutto franava e io pensavo a rifare il letto, riordinare la stanzetta di Patrick. Mio marito era sparito.

Certo certo poi è tornato, a cercarmi tra le macerie. Certo. Tornai dai miei, nel piccolo appartamento, sopra il loro. La figlia. Apparecchiai l’altare, edificai il mio tempio, riprodussi la camera coniugale, esattamente, disponendo la precisa angolazione, letto, mobili, oggetti. Per anni, la porta chiusa. Un tempio. Quindi, le scelte. Sono coraggiose sempre o non sono scelte. Se te ne vai, voglio dire, non puoi tornare. E’ chiaro?

Quanto dura un lutto?

Quante volte userò l’abominevole sostantivo: abbandono. Punto. E allo scrittore russo direi: quando scrivi “non ti amo più” puoi togliere la virgola, alla fine, per introdurre il vocativo. Dai, chiamiamole licenze. Eliminare il nome. Vera, Verocka, Veronìka, Nika.

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