di solito sono una che perde

In posta arrivano le mail del mio ammiratore anonimo. E adesso lui leggerà quel che scrivo. Bene. Mi chiede se sono proprio io la donna che racconto qui dentro, nel mio blog. Certo, sono proprio io. Vi riferisco con zelo: miseria, passione, virtù. La mia virtù è l’esercizio della sconfitta. Dalla sconfitta alla pazienza il passo è brevissimo. Dalla pazienza alla fortezza alla giustizia. Sono passaggi. Giustizia, fortezza, sono virtù che nascono dalla tribolazione. Tribolazione, afflizione, sono condizioni bibliche invece. Non dobbiamo temere, preludono alla salvezza. Oggi torno al centro, fuori piove, ma sto abbastanza bene, nessun calo d’umore. Vedrò la psichiatra, lei controllerà l’andamento della terapia farmacologica. Le chiederò alcune cose: devo tagliare definitivamente con ogni legame, ogni pensiero, ogni speranza?

No, la speranza me la tengo e a fine maggio parto per la Provenza. Un soggiorno in Provenza, devo solo trovare la sistemazione più adatta alla mia indole un po’ solitaria, condizione economica e domestica. Non vado prima perché tra aprile e maggio dovrei essere a Moncalieri e a Torino per un Festival (c’è anche il Salone del Libro) e un premio da ritirare, cioè se lo vinco. Di solito sono una che perde però, e senza piagnistei.

Comincio a ricordare con fatica il mio amore epistolare. Non rileggo più nulla, le sue lettere appassionate o pacate o ragionevoli o folli che mi hanno confuso e addolorato alla fine. Non farò mai il nome di questo scrittore russo, lui diceva di amarmi alla follia. Rimedio sempre reazioni da fuori di testa negli uomini, ma non durano. Nel senso, sono in pochi a mantenere le promesse. Oppure le mantengono non senza prima infliggermi castighi tali da rimpiangerne al limite l’infedeltà. Sadici, insicuri, vili, deboli.

Ma io perdono, li perdono tutti.

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