Monthly Archives: March 2015

(Le ragazze al Sud) da Il Fatto Quotidiano

“Per le ragazze del Sud emanciparsi significa sopravvivere e sopravvivere significa: maritarsi. Detto così, come un tempo. Nel tempo delle trazzere (mulattiere), delle coppole, delle guantiere di cannoli e del rosolio, di una radice che ancora adesso crediamo appena sia esistita veramente. E’ esistita veramente?” Il Fatto Quotidiano – sabato 28 marzo 2015

Il Fatto

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Non ho radici, amico.

Ogni mattina, malgrado esca raramente, mi vesto con cura, indosso il rossetto, sistemo i capelli, come se dovessi recarmi in un posto speciale. Invece devo solo scrivere. E non so nemmeno per chi, per qualcuno di voi. Voi che a volte siete tanti, a volte mi mollate e siete davvero pochini. Dipende dai post. Ormai ho capito che le mie vicende sentimentali interessano molto di più di tutto il resto, delle divagazioni letterarie e dei pensieri ingarbugliati e inutili di solito. Ora, le mie vicende sentimentali si sono -come posso dire – estinte? Sì, estinte. Cosa posso rimediare per sostituirle, quale vaudeville? Non ho smesso di progettare la mia partenza, succederà, ma sarà un fatto strutturato, non ho lasciato perdere. E per favore, a quel tale che con zelo mi inonda di suggerimenti, grazie amico, nessuno te li ha chiesti. Le radici. Dico sempre a quel tale che non ho radici. Mai avute. Umbra da parte di padre, abruzzese da parte di nonna, siciliana da parte di madre. Ho un figlio per metà polacco. Quindi per favore. No, perché davvero (mi rivolgo a quel tale) come fai a parlare senza conoscermi? Ma come si fa? Nessuno vi chiede udienza. Così mi tocca cancellare certi post. Perché i suggerimenti altrui e non richiesti, inopportuni e saccenti, esondano. E’ un po’ odioso tutto ciò. Cancellare i post. Verificare suggerimenti vani. Sciocchi. Che esondano. Oggi sono di cattivo umore. E’ chiaro, no? Sono arrabbiata. Mentre ieri vi scrivevo: no, non ce l’ho con nessuno. Oggi mi sta sul caz..o persino S. Da noi, tipi come lui si possono chiamare “bastardi”. Non gli ho fatto nulla di male. E invece mi ha trattato come merda. Shit.

Radici marce invisibili. Leggevo nel libro del mistico Sufi. Oggi sono proprio di cattivo umore.

L’amore è un miracolo

Marzo 2015

Attraversiamo le campagne di Trevignano. Osservo incantata i piccoli colli ammantati di verde. I ciliegi sulla strada (sono ciliegi?). Ruote di paglia. Rudimentali casine che mi ricordano i giorni dell’infanzia a Lugnano dai parenti che avevano le stalle, le bestie. Urlavo dalla paura quando sentivo i maiali grugnire o li spiavo schifata da oltre le reti scavare nella melma in cerca di ghiande. Mio zio guida lentamente, mi sta accompagnando in aeroporto. Dice che ogni tanto devo pur avercela con chi merita il mio astio. Io dico: no, non ce l’ho con nessuno. Non riesco a odiare. Non mi frega nulla di odiare costoro. Sono due uomini, entrambi dell’est. Casualità. Sono loro la causa? E anche se fosse? Il fatto è – come si dice – che l’acqua non passa mai due volte sotto lo stesso ponte. E c’è un detto anche in polacco che similmente recita: lo zingaro passa una volta sola dalla campagna. Sì insomma quello è il sunto. E’ andata, quante volte lo devo ripetere.

La sera prima io e Patrick siamo andati al cinema. Una sala d’essai. Davano Suite francese, bellissimo, ma detto da una sentimentale, mancava qualcosa, senz’altro il taglio d’autore. La sentimentale si è innamorata perdutamente del tenente Bruno Von Falk, ovvero Matthias Schoenaerts. Ne parlerò della storia raccontata nel manoscritto incompiuto di Irene Nemirovsky, spedita ad Auschwitz da un suo compatriota. Morta ad Auschwitz. In definitiva una storia d’amore, appassionato e bruciante nella traduzione di Saul Dibb. Benché il paesaggio sia quello della seconda guerra mondiale e dell’occupazione tedesca in Francia. Benché ci sarebbe molto altro eppur ci sfugge. Non è questo il punto tuttavia, volevo dirvi: sono una sentimentale e ho pianto tutto il tempo. Perché l’amore è un miracolo e mi procura il pianto anche quando è finzione. E quel tipo d’amore in fondo è stato il mio destino. Sarei finita come Lucille, ne son sicura. Piango quando incontro la bellezza e la musica che suonava il tenente, compositore sacrificato alle Ss, quella musica sì era bellezza.

Così ho replicato all’affermazione di mio zio: non odio nessuno. Aspetto casomai che fra un mese, un anno, un secolo, accada qualcosa del genere: un miracolo. L’amore è un miracolo.

(continua)

da chi tornare?

Sono tornata, dico. Appena scesa dall’aereo. Guardo mio figlio, quasi baldanzoso. Lui sì che sa da chi tornare. E io ricordo quella sensazione, la fretta di rivedere qualcuno, sentirsi a casa perché c’è qualcuno che ti aspetta. A me capita oramai soltanto il contrario, per sentirmi a casa, devo andarmene. Da chi puoi fuggire? E’ impossibile sottrarsi a sé. Lo leggevo ieri sera in un brano de Le Confessioni di Sant’Agostino. Soltanto sottraendosi all’amore di Dio cagioniamo il nostro male, fuggiamo veramente. Per il resto, il nostro sé (voi come lo chiamate: cuore? spirito? anima?) è dietro di noi, o avanti di noi o al fianco. Non troppo tuttavia. Non torno da nessuna parte, non ho un uomo che mi aspetta. Il punto è sempre lo stesso. Sarà la fase. La vanità, il tempo che passa. Sono una donna, ecco tutto, qualora lo avessi dimenticato.

Torno a casa, invece. Trovo i miei cari, mia sorella, mio nipote, i cagnolini affezionati, mi corrono incontro. Trovo il cielo plumbeo, stranissima luce per questa città che irrora abbagli di solito. Sono tornata, penso. E già vorrei ripartire. Dove? Provenza, Timbuctù, Marte.San Pietro sagrato Fa lo stesso. Dove posso dimenticare il tedio, casomai. Di tutto il resto ne parlerò ampiamente, circoncentricamente nei giorni, mesi, negli anni, nei secoli a venire. Parlerò dell’ultimo giorno a San Pietro quando guardavo la piazza, i piccioni tubare, il tramonto sulle guglie e altro ancora.

(continua)

Consolazione

C’è la Consolazione biblica, lo dicono le Scritture, Isaia libro 30, dopo il pane dell’afflizione e l’acqua della tribolazione. Dio promette e le Sue promesse sono eterne. E non sono convinzioni la cui traduzione in terra è affare di teologi o competenza di difficili sofismi. La Consolazione è un fatto che accade, che ci nutre, è Dio che guarisce ciò che ha permesso potesse dolerci. Il dolore è una fase, un tempo, l’ora della trasformazione, il prodromo al nuovo, la corona dell’uomo nobilitato. Dio mi ha guarito, sorretto quando vacillavo, per mezzo del Figlio, ci ha salvati, amati per sempre. Noi siamo amati per sempre.

In queste settimane, mesi anzi, di tormenti (credevo fossero i peggiori, credevo di non uscirne più, credevo fosse a ragione di Sergei, mi sbagliavo su tutti i fronti), Gesù della Misericordia mi ha tenuto per mano, sorretto quando le ginocchia cedevano. Con l’esortazione più dolce e sicura e potente: non preoccuparti. Non preoccuparti, affida il tuo peso a Me, affida le tue angosce a Me, lasciati condurre da Me. Io ti amo. Affidati a Me e ripeti: Gesù io confido in Te. Jesuz ufam Tobie.

E sono guarita. Ho aspettato e riconosciuto la via della Consolazione. La via della Consolazione portava alla chiesa di Santo Spirito in Sassia, in via dei Penitenzieri, dietro la Basilica di San Pietro. La chiesa intitolata a Gesù della Divina Misericordia.Gesù Ed è lì che sono tornata, alla fine del mio breve soggiorno romano. Gesù mi ha ricondotto in quella chiesa, la chiesa della Devozione alla Divina Misericordia. Quando sono entrata, quasi con impazienza o forse addirittura incredula di esserci di nuovo, ho esultato. Eccomi di nuovo qui. Inginocchiati davanti al quadro di Cristo così come apparso a Suor Faustina Kowalska a Plock, Polonia, nel 1931, eravamo in tanti. Molti giovani o miei coetanei, ragazze e ragazzi anche. Le suore cantavano, una voce delicata sottile inaudita recitava le preghiere o enunciava i nomi dei cari defunti ai quali dedicare le preghiere, provenendo dall’altare. Non so spiegarvi, non devo forse, soltanto vi dico andate in quella chiesa: se siete afflitti, stanchi, provati. Troverete l’unica Sorgente, la sola capace di risolvere il perenne bisogno che agita in noi: il bisogno di Dio. Voi lo chiamate infinito. E’ Dio.

(continua)

Lo Studio Tre di Cinecittà

Roma ci accoglie con la solita vitalità caciarona. C’è persino il sole, si annuncia appena, ma basta a convincermi che non si smette di ricominciare, con il medesimo innocente entusiasmo. Marco Travaglio lo rivedremo a Servizio Pubblico, il giovedì seguente. L’appuntamento è fissato intorno alle venti. Gli studios sono quelli di Cinecittà, Marco mi scrive tutto su un biglietto così da non dimenticare: via Lamaro. Studio Tre. servizio pubblico studio tre Patrick è abbastanza motivato, bisogna che lo trascini continuamente. Ma come si dice, a scanso di equivoci: è l’eta. Già, si fosse ispirato a lui Michele Serra? No, mio figlio è molto molto meglio. Ci fermiamo in un centro commerciale. Patrick mangia il suo amatissimo hamburger. Non fa così freddo. Mancano un quarto alle otto: Marco lo aspettiamo in una specie di anticamera dove si svolge un abbondante buffet. Il pubblico intanto è stato già sistemato o sta entrando lentamente. Gli operai organizzano le ultime cose, entra Sandro Ruotolo, noto un paio di attori che poi in trasmissione leggeranno alcune intercettazioni tra imprenditori (l’argomento sono le dimissioni del ministro Lupi). Entra Antonio Di Pietro, Chicco Testa, Roberto Formigoni. Ci sarà Marco Lillo, seduto accanto a Marco. Finalmente ecco Marco. Andiamo con lui, saliamo al piano di sopra, c’è un’assistente con noi. Marco chiede del nostro soggiorno, saluta Patrick allegramente. Mentre lui si prepara per la diretta, noi andremo in studio. Sistemati nelle prime file. Penso che quello è il mondo dove succedono le cose. Il mondo che avrei desiderato abitare. Ho realizzato almeno tre desideri in questa breve vacanza romana. Che sarà soltanto un preludio a quel che deve ancora accadere. Durante le pause, non mi muovo dal mio scranno. Di Pietro rimane in studio, qualcuno va fuori a fumare, anche Marco. Sparisce mio figlio, non entra in tempo e riprendendo la diretta al suo posto ritrovo l’assistente di studio. Impreco qualcosa: se ti prendo, penso, riferendomi a Patrick che immagino in corridoio incollato al cellulare. Terza pausa: Patrick rientra. Il pubblico è in gran parte formato da studenti, tutti giovanissimi. in studioLo studio ha luci bellissime. Rosso caldo, blu, argento. Sto bene. Non mi manca nulla, non ricordo nulla della desolazione di certi giorni, delle ultime settimane. Sto bene finalmente. E non sono soltanto le terapie di farmaci ad aiutarmi, è la gentilezza ad aiutarmi, il bene che ricevo da molte persone. Ed è merito di Marco, anche, della sua amicizia. La puntata la chiude Vauro, come sempre. Ridiamo sulle vignette. Di Vauro ricorderò la simpatia e il buffetto sulla guancia quando lo incontro al piano di sopra. Al piano di sopra, appunto. Fine serata. Marco, Michele Santoro, Marco Lillo, Vauro. Non sono a disagio, cioè lo sono, eppur meno, sempre meno. Marco dice delle cose bellissime intorno alla mia scrittura, forse un po’ arrossisco, ma lui dice: tanto scrivi bene lo stesso. Patrick si raccomanda: mamma, per favore, stai calma, comportati bene. Più che altro ho parlato poco, così ho evitato prevedibili balbettamenti. Santoro scherza con Vauro, Vauro festeggerà il compleanno tra qualche giorno. Sono tutti molto rilassati, senz’altro un pochino stanchi. Anch’io lo sono tutto sommato. Salutiamo Marco, all’uscita dello Studio Tre. Mi spiace abbastanza. Tuttavia, penso già all’indomani, il giorno in cui rivedrò Gesù della Divina Misericordia,  nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, in via dei Penitenzieri, proprio dietro la Basilica di San Pietro.

(continua)

In via Valadier: la redazione

22 marzo 2015

E’ primavera. Anguillara profuma di legna bruciata, l’aria è fredda, buona, come l’aria di Terni, la mattina presto, quando con nonna andavamo al mercato. Sopraggiunge una felicità simile. Posso parlare di felicità, in questi giorni romani. E dirò di nuovo di lui, di Marco Travaglio. Marco. Domani ripartiamo, io e mio figlio. Ritengo sia stata la decisione migliore venire qui.

In via Valadier, io e Patrick, prima di entrare, guardiamo con meraviglia l’enorme scritta rossa, lucida: Il Fatto Quotidiano. Sono quasi commossa. Sì, sono una sentimentale. Di colpo il mondo, dove succedono le cose, è lì, varcato una soglia, l’androne, la rampa di scale. E una volta scrissi a Marco qualcosa del genere: vorrei essere dove succedono le cose, ma non ci sono mai. Così adesso Marco mi ha presentato “il mondo dove succedono le cose”. Lui ci aspetta, Marco intendo. Sempre gentile e delicato. Indossa una camicia bianca, pantaloni chiari. Ci viene incontro. Ovviamente io sono impacciatissima, tanto che mio figlio alla fine mi dice: potevi rilassarti mamma. Sono una provincialotta e basta. Le foto sulle pareti, i libri, le stanze ampie, la luce calda e bassa. Ecco: la redazione. Marco mi presenta i colleghi, con molti dei quali avevo già parlato al telefono, in precedenza. Emiliano Liuzzi, Luca De Carolis, Eduardo Di Blasi. E così via. La redazione è al lavoro, è proprio l’ora più complicata forse, ad un passo dalla chiusura delle pagine. Le agenzie di stampa continuano a battere aggiornamenti sull’attentato al museo di Tunisi e sul caso Lupi. Marco segue con attenzione, nel frattempo un redattore si occupa di riferire nel dettaglio. E’ una riunione di redazione. Marco è il direttore del quotidiano all’incirca più letto del Paese. E io sono capitata in un’ora un po’ complicata. Eppure io e Patrick siamo lì. Dico a mio figlio: siamo dei privilegiati.

Marco dice a un certo punto, guardando questo ragazzino imbronciato (oh, è l’età): già, ha proprio la faccia da Patrick. Lo dice per distendere la nostra tensione più che altro. Infatti è andata così. Abbiamo riso. Nella sua stanza ci sono una montagna di libri. Quando entra Antonio Padellaro lo saluto ricordandomi di ringraziarlo ancora per la presentazione del mio romanzo a novembre, dove aveva speso parole molto belle. Sono più rilassata, riesco a parlare con Marco non confondendomi troppo spesso, ma capisco che non restituisco il meglio di me. Marco ci accompagna alla porta, blindata rossa. Blindata, dopo i fatti di Charlie Hebdo. Ci salutiamo, lo abbraccio, con tutto l’affetto e la gratitudine. Ci saremmo rivisti l’indomani, a Cinecittà Studio 3. La vita è veramente fantastica penso, quando la porta si chiude dietro di noi. A domani, Marco.

(continua)