ma questo era il senso, era l’amore

Fuori, il sole splende sul resto del mondo. E’ primavera. Io scrivo, come sempre. Con lo zelo di una stenografa al suo primo dettato. Indosso una copertina rosa di Hello Kitty. Sono i segni del mio modo infantile di presentarmi agli altri. Però sono anche l’esatto contrario, vecchissima se voglio. O altrimenti inganno benissimo nelle vesti della maliarda o di una inquieta anima nera. E sono in molti a pensare che lo sia. E sbagliano.

Scrivo. Sul sogno di stanotte? Tenevo sulle braccia un bambino rom. Era trascurato, lo avevano abbandonato dentro una roulotte. Lo prendo, noto che ha la tutina sporca, devo cambiarlo, ha il pannolino pieno di pipì. Nel frattempo sono felice e tra me dico: guarda quanto sono felice con un bambino in braccio. Lo poggio sul fasciatoio, poi lo lavo. Lo vesto, piedini manine. Forse è mio figlio.

Mio figlio nella realtà ha quasi diciassette anni. E’ un’età terribile. E’ veramente crudele l’adolescenza. E pure avendola attraversata con i miei deserti (furono perlopiù deserti), al momento sono impreparata ad accoglierla con i suoi vaffa sparsi – ma di solito destinati a me – i rancori, le ribellioni, le bugie, le sigarette, gli amici sbagliati. Quindi stamattina mi sveglio presto, chiamo mio figlio, indolente non vuole alzarsi dal letto. Devo dare l’esempio. Mio figlio va a scuola. Penso: ha bisogno di un padre. Aveva bisogno di un padre. Una figura di riferimento, come da manuale di psicologia infantile.

Lui, la figura di riferimento, ora è altrove e sta bene. E meno male. Con lui è stato un vagabondare avvilente. Lui si riduceva a un cumulo di polvere e stracci. Gonfio, sporco, barcollante. Lo trascinavo. Fino alla risurrezione. Lui traduceva la metafora evangelica, dalla notte alla luce. Io sentivo pietà e dolcezza, cioè nella pietà è insita la dolcezza. Per questo ero forte, intercettavo indizi di eternità, non la trasfigurazione sul monte Tabor. Sulle congiunzioni bibliche io e lui ci siamo amati. E non sono mai crollata ed ero felice. Ecco perché ero felice. Dio ha i Suoi piani.

Negli ultimi tempi, chiedeva davanti agli ospedali. Temeva credo di morire, così si sentiva al sicuro. Indossava un vecchio abito di velluto, nel suo corpo magro, bello ancora, malgrado l’alcol e la strada. Dormiva sui treni di nuovo. Un giorno ci vedemmo al Santuario. Doveva mangiare. Comprai del pollo ed era pieno di olio. Ed era veramente nauseante. Mangiava con le mani. Sembrava un bambino. Era sporco, arruffato, le labbra turgide per il vino. Non so spiegare quale strano tenero dolore mi pervadesse. Ma questo era il senso, intercettare l’amore, il più terribile e pietoso. Dio mi ha dato questa Grazia. Farmi vedere sentire amare con i Suoi occhi, con la Sua Misericordia. In piccolissima parte.

E’ andata così.

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