come Anna Maria Ortese

Sono mesi di sconfitte. Sarebbe un prodigio finirli con un paio di premi. Premi veri. La mia vita sottosopra premiata irresponsabilmente da un qualche riconoscimento all’autrice, eccentrica come una madame della belle epoque, o bisbetica come un’eroina ottocentesca, al tramonto della sua bellezza. Quando si è vecchi, dannazione, con quali risorse aspettare la fine? Tolta la vanità, cosa resta di me? Tranquilli, non resta niente.

Giovanni Pacchiano (critico letterario) dice che gli ricordo Anna Maria Ortese. Anna Maria Ortese è stata dimenticata. C’è un premio importante dedicato a lei, a cui parteciperò credo (non io, il mio romanzo).

Salvo il blog, non scrivo più niente. Aspetto notizie dell’inedito. Ho un’agente americana, è brava, mi fido completamente di lei. Tuttavia ogni desiderio in quella direzione – ambizione e cose così – è sepolto da qualche parte. Mi sento semplicemente molto sola, di quella solitudine che si pensa solo un uomo possa occupare. E’ un errore. Gli uomini sbagliano, cadono, usano le parole, ma sono deboli, ingannano loro malgrado.

Continuo a concentrarmi sul cambiamento, anche se di giorno in giorno franano altre certezze. Quando tutto frana, allora tutto ritorna. Sto bene, piango di meno, però non devo pensare allo scrittore, o al mio ex marito. Sono tentazioni. Sono vicoli ciechi.

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