trompe l’oeil

I primi auguri sono stati quelli di Pawel. In polacco, la elle si pronuncia come la u, la mia tastiera non prevede la l tagliata da un segmento. Sono zelante.  Me lo aspettavo. Pawel è sempre il primo a farmi gli auguri. L’unico a ricordarsi il mio onomastico, il 9 luglio. Lui e la nonna. Gli ho risposto un po’ laconica: grazie. Sapevo che lui avrebbe chiamato. E mi ha chiamato. Ci sarò sempre. Le parole. Le parole costruiscono mondi. Le parole.

Nel frattempo, fuori le cose si complicano. Qui dentro invece sembra tutto più facile. Le persone sono fantasmi. I sentimenti sono liquidi, la vita è un trompe l’oeil. Io sono la solita ragazzina invece. Mi preoccupo di non guardare dove frana quel che ho edificato sulla sabbia. Mi cruccio di non essere il primo e l’ultimo pensiero per un uomo. Indifendibile. Poi faccio sogni terribili.

La terapia funziona. Faccio tutto. Solo che il dispiacere resiste, non so dove sia finito. Congelato. So di essere dispiaciuta, addolorata. So di aver subito il torto dell’inganno. Ma sono immemore, non ricordo con quale intensità. Non me ne preoccupo. Ho nostalgia senza la mancanza. Mi sfuggono le sfumature, i gironi del dolore. Il dolore finisce e esplode qualcosa di simile alla gioia, mi ha detto una suora tempo fa.

In giardino, l’albero di mimose splende nei suoi gialli nitidi.  Come una ingrata, stamattina sussurro: c’è il sole e non so che farmene. E’ ingratitudine.

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