Quando S. è sparito

Oggi, realizzo che forse è una fortuna restare fuori dalle passioni, dimenticarle più che altro. San Paolo ci avverte, negli Atti, le passioni della carne ci destinano al tormento, al dolore, sarebbe auspicabile restare integri. Ma ognuno deve rimanere come Dio ci ha voluti, ci ha chiamati. Consolo lui, stamane, è la dimostrazione dell’assunto: il tormento, la passione, la gelosia. Lo consolo: abbi fiducia in lei, l’amore è fiducia. L’amore è una scelta, credere, fossero pure tutte balle. Abbi fiducia in lei. Lui ha consolato me, io consolerò lui.Non ha nessuno, ha me, ha lei, certo. Però deve crederle e lei deve smetterla di imbrogliare le cose. A volte penso: ce l’avranno nell’indole? Ingannare, tradire, finire all’inferno e poi pietosamente invocare la salvezza, da giù? E cagionare pietà negli altri e sempre il perdono. Dobbiamo perdonare. Sapete come? Rinunciando alla vanità, all’alta considerazione di sé, a un mucchio di ridicole aspettative. Qualora restassero inapplicabili, ricordiamoci che torneremo polvere, ci piaccia o meno.

Quando Sergej è sparito, singhiozzavo come una bambina nel mio letto che era diventato una culla. Lui allora al telefono mi consolava, come un padre, un fratello. Non lo abbandono, non ha nessuno. Io sono la madre. Come ho scritto nell’incipit al nuovo romanzo, sono sua madre. Non sono pazza. E’ un po’ difficile da spiegare. Mio marito è stato abbandonato in un orfanotrofio di Radom, in Polonia.

Gli uomini della mia vita sono stati solo due, entrambi provengono da quel baratro chiamato ex cortina di ferro, Est Europa. Lo chiamo baratro, il loro passato lo è stato. Metto un fiore ad ogni ferita. Se ne sono andati con dinamiche simili. E il giorno prima, in entrambi i casi, avrei presentato l’ultimo libro (in entrambi i casi, un libro non riuscito). Mio marito è tornato, a cercarmi tra le macerie. Non importa, ho dimenticato il dolore, è rimasta l’ombra. O la memoria: ricordo di aver patito. Le mie compressine di felicità mi aiutano. Pregare mi ha salvato. Dio mi ha detto – leggendo il profeta Isaia – la mia salvezza sta nella calma e nella conversione; la mia forza nell’abbandono confidente.

Sergei non lo sogno mai. E’ strano. D’altronde cosa dovrei sognare? Sergei torna il giorno, sempre più sporadicamente, di solito negli orari in cui scriveva le sue appassionate lettere d’amore.  Il mio ammiratore segreto (davvero ne ho uno, fedele, ora  si firma con la lettera puntata, mi scrive da Treviso, mi sta leggendo adesso), dicevo lui è abbastanza sgomento, ammette di non riconoscere l’una Veronica – quella dei post nel mio blog de Il Fatto Quotidiano, quella della periferia, dei compagni della valle, gli eroinomani della mia adolescenza – e questa Veronica che racconta i suoi amori sofferti, combattuti. Mi chiede chi io sia veramente. Non ho mai risposto alla domanda. Non ho mai nemmeno pensato ad una simile domanda. Io non mi conosco.

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