In via Valadier: la redazione

22 marzo 2015

E’ primavera. Anguillara profuma di legna bruciata, l’aria è fredda, buona, come l’aria di Terni, la mattina presto, quando con nonna andavamo al mercato. Sopraggiunge una felicità simile. Posso parlare di felicità, in questi giorni romani. E dirò di nuovo di lui, di Marco Travaglio. Marco. Domani ripartiamo, io e mio figlio. Ritengo sia stata la decisione migliore venire qui.

In via Valadier, io e Patrick, prima di entrare, guardiamo con meraviglia l’enorme scritta rossa, lucida: Il Fatto Quotidiano. Sono quasi commossa. Sì, sono una sentimentale. Di colpo il mondo, dove succedono le cose, è lì, varcato una soglia, l’androne, la rampa di scale. E una volta scrissi a Marco qualcosa del genere: vorrei essere dove succedono le cose, ma non ci sono mai. Così adesso Marco mi ha presentato “il mondo dove succedono le cose”. Lui ci aspetta, Marco intendo. Sempre gentile e delicato. Indossa una camicia bianca, pantaloni chiari. Ci viene incontro. Ovviamente io sono impacciatissima, tanto che mio figlio alla fine mi dice: potevi rilassarti mamma. Sono una provincialotta e basta. Le foto sulle pareti, i libri, le stanze ampie, la luce calda e bassa. Ecco: la redazione. Marco mi presenta i colleghi, con molti dei quali avevo già parlato al telefono, in precedenza. Emiliano Liuzzi, Luca De Carolis, Eduardo Di Blasi. E così via. La redazione è al lavoro, è proprio l’ora più complicata forse, ad un passo dalla chiusura delle pagine. Le agenzie di stampa continuano a battere aggiornamenti sull’attentato al museo di Tunisi e sul caso Lupi. Marco segue con attenzione, nel frattempo un redattore si occupa di riferire nel dettaglio. E’ una riunione di redazione. Marco è il direttore del quotidiano all’incirca più letto del Paese. E io sono capitata in un’ora un po’ complicata. Eppure io e Patrick siamo lì. Dico a mio figlio: siamo dei privilegiati.

Marco dice a un certo punto, guardando questo ragazzino imbronciato (oh, è l’età): già, ha proprio la faccia da Patrick. Lo dice per distendere la nostra tensione più che altro. Infatti è andata così. Abbiamo riso. Nella sua stanza ci sono una montagna di libri. Quando entra Antonio Padellaro lo saluto ricordandomi di ringraziarlo ancora per la presentazione del mio romanzo a novembre, dove aveva speso parole molto belle. Sono più rilassata, riesco a parlare con Marco non confondendomi troppo spesso, ma capisco che non restituisco il meglio di me. Marco ci accompagna alla porta, blindata rossa. Blindata, dopo i fatti di Charlie Hebdo. Ci salutiamo, lo abbraccio, con tutto l’affetto e la gratitudine. Ci saremmo rivisti l’indomani, a Cinecittà Studio 3. La vita è veramente fantastica penso, quando la porta si chiude dietro di noi. A domani, Marco.

(continua)

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