Monthly Archives: May 2015

come Amy W.

Ogni donna ha forse un Blake Civil Fielder da dimenticare. Come Amy W. Un lutto a cui tornare, quando è necessario, il dolore da indossare come una coperta dopo un abbandono. Io lo ricordo in Christiane deve morire (Gaffi, 2014). 

“Io ero una moglie. Back to black, cantava Amy Winehouse. La voce mi arrivava complice, a ognuno certe stupide nostalgie  che la vita adesso, vedrete, speronerà, una per una. C’era il senso di tutto, allora, avevo in mano uno sbiancante, l’uomo al mio fianco fischiava. Era mio marito. I love you much/it’s not enough/. Anche d’estate il centro commerciale era il mio tempio pagano: restiamo dentro, supplicai l’uomo al mio fianco, che era mio marito. Fuori è il nulla, sai? I nostri errori si fermano davanti alle porte automatiche e non salgono in scala mobile. Noi sì, noi siamo la pietra di scarto. Sentivo uno strano odore. Sono tranci di pollo o forse è la vita degli altri. L’uomo che avanzava di fianco mise la sua mano sopra la mia. Era mio marito.  E la gente tutto intorno era migliore, soltanto perché sentivo lei, Amy, il soul, la mano di un uomo sulla mia, l’ammorbidente riposto dov’era sempre stato. Ma mi voltai di colpo, e supplicai in silenzio: non usciremo mai più da qui, ok? Questo è l’unico tempo che avrà desiderio di noi, il tempo che la ragazza batterà in cassa. You go back to her /And I go back to /. Sarebbe anche arrivato Natale, ma, ehi, Natale è lontano, mancano mesi.  E si consumeranno le possibilità di salvezza, ne son sicura proprio adesso, mentre lui, l’uomo al mio fianco, prova un brutto dopobarba sul polso. Mio marito. O forse scopriremo che la vita sarà nostra, dove ci pare, e lei, Amy, canterà ancora, sullo sfondo la puzza di pesce andato e i tranci di pollo sullo spiedo, accanto ai comparti della frutta. L’universo si ricompone, noi saremo la pietra d’angolo. Lui annuiva, lui, l’uomo, mio marito. Il mio piccolo cuore, pensai. Nutrirai il dolore, lo farai per sempre,  non illuderti. I go back to. I love you”.

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E’ uscito da pochi giorni, un progetto curato da Chicca Gagliardo e Gabriele Dadati e da un’idea di Giulio Mozzi. Raccoglie il racconto di autrici considerate tra le migliori degli ultimi anni.

IMG_20150527_0002Insieme con il mio, testi di: Elisabetta Bucciarelli, Antonella Bukovaz, Maria Grazia Calandrone, Chandra Livia Candiani, Teresa Ciabatti, Chicca Gagliardo, Helena Janeczek, Antonella Lattanzi, Isabella Leardini, Sara Loffredi, Franca Mancinelli, Silvia Montemurro, Valeria Parrella, Sandra Petrignani, Gilda Policastro, Rosella Postorino, Claudia Priano, Giovanna Rosadini, Elisa Ruotolo, Alessandra Sarchi, Francesca Scotti, Federica Sgaggio, Carola Susani, Grazia Verasani, Simona Vinci.

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“Un giorno scrissi a Marco Travaglio: caro Marco sai ho questo testo che mi piace, che piace a Giulio, sai Marco eccetera. Marco mi chiese di leggerlo. Gli ho spedito due capitoli. Li ha letti, una mattina trovai la sua mail: Sono bellissimi, scriveva. Così Marco ne parlò a Nando Dalla Chiesa che collaborava con Melampo (casa editrice specializzata in biografie e testi di impegno civile), il suo amministratore unico è tuttora Lillo Garlisi. Lillo Garlisi è diventato il mio editore. Il testo passò di mano in mano, da Nando Dalla Chiesa a Lillo Garlisi. In breve, Garlisi decise di fondare una nuova casa editrice: Laurana. “Sangue di cane” ne sarebbe diventato il primo titolo. Non perdevo più. Stavolta era tutto vero, era tutto accaduto davvero. Assolvevo Christiane, il suo diario maledetto, la gente di Mazzarruna, i compagni di periferia, i cadaveri dei falansteri di Buzzati, i morti di overdose, la mia tristezza. Era tutto accaduto davvero.

Vi chiederete quale storia tacevo fino a quel giorno in piazza dell’Elefante?

Era una storia di salvezza. E come tutte le storie di salvezza era anche una storia di dolore.

Il dolore. Vi assicuro che la letteratura non può ignorarlo, che almeno per me, nessuna bellezza ha potuto su di esso, nessuna bellezza che non ve ne fosse a parte. Il dolore del mondo sulle nostre fragili spalle. Abbiate cura di credere a questo assunto, il dolore ci salverà, prima ancora che la bellezza, il dolore che la bellezza genera. Non girate la testa di là, guardate me adesso, credetemi, abbiate la cura di credermi. Il dolore allarga i pioli della tenda della sventurata, della sposa bianca che non conosce il talamo coniugale, della sposa ripudiata, abbandonata nella sua giovinezza, dice Isaia.

Ecco come è andata”.

(La formazione della scrittrice – Laurana editore, maggio 2015)

L’inedito (ancora un estratto)

(…)Quel che riguardava Crystina era solo ignominia, terrore, miseria, molto più che per altri. Era lei stessa orrenda, deforme, era lei stessa tormento e indecenza, tormento dei visceri, consumati dal medesimo dolore che attanagliava te e tutti gli esuli. Gli spaesati. L’amico italiano era lo sfruttatore degli ultimi giorni, prima di finire cadavere in un podere. Il pomeriggio la vedevi inoltrarsi nei sentieri del parco, seguita da qualche povero vecchio con la fregola delle straniere. E i suoi clienti smaniosi ti facevano schifo, disprezzavi quel genere di uomini. Le tue puttane erano belle, valevano oro. Crystina era fango, non c’era altro di lei, dell’infermiera di Ostrowiec, la militante, nulla, solo ignominia. L’immagine di un popolo di parassiti, quell’ immagine, quell’idea russa radicata e odiata, era impressa nella carne di una donna sfatta dedita ai vizi. Ed eri tu a giudicare, ubriaco su una panca. Ubriaco cantavi, seduto sulla panca, la canzone di Jean Michel Jarre su Solidarnosc, cantavi Mury. Ridevi, ridevi. “On natchniony i młody był/ ich nie policzyłby nikt/ On dodawał pieśnią sił/ że blisko już św”. Mury: “ Era ispirato e giovane/ non li può contare nessuno /erano tanti /cantando guadagnava la forza/ cantava/ cantava che la polizia militare incombeva”. Cantavi  Mury, Mury era la canzone della rivolta, della piazza, della gente , di una recondita vittoria. Cantavi stringendo i pugni, e poi imprecavi: “cholera!”. A volte ti vergognavi di questa tua idea molto russa dei polacchi. Leggevi Hlasko, un tempo. “Cosa sarei senza gli altri? Senza la vostra paura e la vostra eterna miseria?” esortava un personaggio di Hlasko. Cosa sarei, senza di te? Cosa sarei stata? Importa asserirlo, oggi? Ricordi qualcosa di noi? Sono ancora l’italiana, l’italiana.

Crystina ti guardava con gli occhi pieni di lacrime, la mia Polonia, mormorava. Chiudi il becco, le urlavi sul muso. Kurwa, sei la disgrazia, le urlavi. La mia Polonia, mormorava la donna, il vecchio con la fissa delle straniere attendeva accanto. “Lascia perdere la tua Polonia” imprecavi, bevendo dal cartone. Lei chinava il capo, faceva cenno di no no, scuotendo un poco i fragili capelli,  sottili e radi.

Tratto dal romanzo inedito La piccola morte

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

“La cosa buffa”

Oggi mi sveglio con la musica di Stelvio Cipriani, arriva da una radiolina. Ricordo la radiolina di nonno, la teneva sempre accesa. Suona dal primo piano, mio padre la conserva ancora e ancora funziona. Ho appena finito di leggere uno splendido volumetto di prosa in versi (non riesco a definirlo che così), “Stanze con case”, di Letizia Di Martino. L’ho finito ieri sera, per questo ho in testa la musica di Stelvio Cipriani,  immagino uomini sostare dentro la nebbia di un aeroporto, un amore in autogrill, pull neri, la bellezza. Giuseppe Berto. Oggi si chiamerebbero orribilmente feedback. Leggo Letizia e penso a Giuseppe Berto de La cosa buffa. Vorrei spiegarmi meglio, gli uomini come mio padre, ecco, come Tony Musante in Anonimo Veneziano, il pernod da sorseggiare in un bistrot, caffè scuro. Gli uomini. Nella mia vita hanno contato moltissimo, da mio padre a mio nonno a mio fratello a mio zio. Poi gli altri, marito, e quest’ultimo russo che non ho mai incontrato. Non ne ho avuti molti. Non mi lascio scegliere, scelgo. Così non scelgo mai veramente. Ho letto Berto da bambina, mi credete? La libreria di mio padre non aveva censure per me. Leggevo la sceneggiatura alla fine del romanzo, con qualche sussulto, era quella di Anonimo Veneziano, con Tony Musante e Florinda Bolkan. Ecco volevo incontrare un tipo di amore così maturo, esserlo io, talmente da meritarmelo. Letizia mi ricorda quel tempo, che non ho vissuto, ma è come se lo avessi vissuto, quella musica, Stelvio Cipriani, i pull neri, il fumo di sigarette. Un aeroporto.

Ieri pomeriggio c’era un gran vento, proveniva dal mare, guardavo verso la promenade del porto. I capelli erano umidi sul viso, e per uno straordinario momento mi sono sentita appagata soltanto per non avere memoria.

promenade

promenade

E quel tutto finisce che mi promise un giorno una megera sarebbe stato più o meno tale. Finito. Ho vissuto, ho vissuto certo, tutte le mie letture, ecco cosa, questo è l’inganno.

Letizia con la sua scrittura mi conduce al fulcro, da cui non sono mai andata via, la suggestione di tutto quel che ho letto, l’inganno di aver vissuto e non averlo fatto. La salsedine mi arriccia i capelli, ho le mani appiccicate, mi tocco il viso e sento le mie guance, un po’ più rotonde. Mi piace il cambiamento, non temo nemmeno il mio. Ho in testa la musica di Stelvio Cipriani.

sogni

Sono tornata da Torino da appena due giorni e ripiombo già nelle vecchie storie. Malgrado il breve intervallo, le lettere di un uomo molto giovane, la sua corte (se così si può dire) serrata. Ma io sono stanca di queste inutili lettere, questi amori assurdi a cui non crederò mai più. Invece ripiombo nel buio, non un vero buio, piuttosto la solita nostalgia. La mancanza, l’assenza, chiamatela come credete. Mi accorgo che anche il mio orologio biologico è indotto dalle emozioni o da un improvviso dispiacere che al contrario dovrebbe essere letizia. Comunque sogno qualcosa che attiene ai bambini, non capisco se sia il desiderio di averne ancora uno mio, l’ultima chance di essere madre mi appare molto lontana. Ma il bambino è il bambino degli altri. Di loro. Di lui. (Sarà una femmina. Ti avverto. Lo dico a lui. Sarà una femmina e sarà bionda ricciolina paffuta come sei tu in quella foto in canottino in riva al Baltico).

Ho ancora le foto dei suoi cari, in una Polonia remota, mai vista. Desiderata. Come l’idea di incontrare sua madre. Non è mai accaduto. Nel sogno entravamo in un negozio di articoli per neonati, incuriositi da stranissimi fasciatoi, uno in particolare, rosa, di pizzo, con un fiore in cima ad una specie di cuscino. Mi piacque, nel sogno. Non era una gioia che poteva appartenermi. A me il tempo è sfuggito. Non credo che sarò madre una seconda volta. Per le donne vale un po’ così. Stamattina è stato difficile organizzare il risveglio. E’ ovvio. La mia psicologa dice che il mio dispiacere è naturale. Lei poteva starsi zitta, evitare di informarmi nel dettaglio delle sue faccende intime. Non posso dirvi di più. Però avrei sofferto il giusto se mi si fosse risparmiata una tale dose di cattiveria inutile, e inutile è aggettivo pleonastico. Così il pomeriggio, nelle mie passeggiate solitarie, spesso incontrando i bambini degli altri, sono felice da madre e – se me lo permettono – stringo loro le manine, li tengo sulle mie braccia, solo un pochino, il tempo di essere madre.

Lettera all’editore (ancora una)

Sì, mi scusi, torno a scriverLe. La domanda è molto complicata: perché non vi piaccio? Uso il Voi corale e dignitoso. Ho scritto una storia che racconta un tempo, è il nostro, un ventennio fa. Ma possiamo tradurre tutto ai nostri giorni. E’ la storia di Slawek, esce da “Sangue di cane” entra nel nuovo. E’ un sequel eppure racconta ancora altro. E’ la storia di un uomo, fuggito dal suo Paese, quando era appena caduto il muro e la democrazia decideva sul destino di quegli uomini e quelle donne indottrinati dalla coercizione. L’uomo è giovane, appartiene alla cosiddetta generazione del nulla, vissuta all’ombra del grande partito. Sogna l’Europa, malgrado lui sia vissuto ad Est dello stesso continente. Sogna valuta europea e jeans e ogni feticcio svuotato di senso, l’Occidente grasso. Impara a bere presto. E’ un criminale. Riesce a saltare sul Ducato verso la frontiera con l’Austria. Arriva in Italia. Diventa un numero, un clandestino, un barbone. Racconto tutto questo e quel che era in Polonia, la nostalgia inenarrabile, affamata sempre dei medesimi assilli: tornare. Racconto le retrovie delle nostre metropoli, gli espedienti dei sopravvissuti, le morti solitarie negli orinatoi di qualche stazione, l’alienazione di una stanza di dormitorio, o le brande in sequenza, la malattia, la reclusione. Racconto prima e dopo l’amore con lei, amore finito. Perché non vi piaccio?

Questa storia non la può raccontare nessuno, io la posso raccontare. Sissignore. Io. Non è  “Sangue di cane”. E’ un’altra cosa ancora. La legga, si commuoverà. Mi commuovo anch’io, tutte le volte. E’ un buon segno. Anche secondo lo scrittore Giulio Mozzi  è un buon segno commuoversi sulle pagine. Ho tradotto lo spirito di un popolo. Non l’eco nazionalista. Lo spirito di un popolo, i senza terra. La loro musica, il loro gergo. Troverà dolore certo, eppure il significato di un tempo nuovo, il miracolo della Risurrezione. Perché sa a me interessa l’uomo nel momento in cui cade. Mi interessa la Luce dopo la caduta. Spetta a ogni uomo. Mi legga, la prego.

In attesa di Sue

il problema sono io

Ho in testa le parole della psichiatra. Deduco che il problema sono io, metto in atto esattamente le stesse trappole dove rovino con precisione. I miei amori virtuali, iniziati e finiti in un battito di ciglia. Sergei. Non mi resta nulla di lui, ma chi era (vai a fanculo Sergei). La psichiatra mi chiede perché non voglia entrare a patti con la vita, con la realtà.

Rifletto. Non lo so. Faccio questo? Non entrare a patti. E’ un problema certo. Eppur la mia vita procede, a quadri, piccoli quadri, ne termino uno, comincio un altro. Non temo o non aspetto l’ora della felicità. Felicità, cosa vuol dire sul serio? Ho solo punti interrogativi da proporvi, un mucchio di contraddizioni e mosse sbagliate. Ad ogni modo sto cambiando, perlomeno fisicamente o è solo una mia stupida proiezione. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco. Dico a mia madre: forse sono i capelli, sono troppo neri, sono troppo lunghi. Oppure a mio figlio: sto cambiando Patrick? Lui ride. 11203070_10205548854353803_7644432167630772058_n (1)Vorrei essere cancellata da una passione. Io sono questa, la ragione di tutti i miei casini. La psichiatra spera che io rimetta a posto la mia vita, entro i cinquanta, non ne è certa. Vuole che io lo faccia. Io però sono indisciplinata. Allora per tornare a una strana pace penso a certi giorni felici, tiro fuori una foto di famiglia, della mia infanzia. Patetico, i know. La foto con i nonni. Loro mi hanno insegnato le storie, a raccontarle, ad ascoltarle. Ne chiedevo sempre, non smettevo di chiederne, di nuove, che uscissero fuori dai libri. Libri che conoscevo a memoria, malgrado ancora non sapessi leggere. Torna la strana pace. Era quello l’amore.