il valore dell’innocenza

Mia madre mi dice: non credere sempre a tutto. Sì, è vero, sono una donna ingenua. Gli uomini per conquistarmi (in passato) la chiamavano innocenza. E allora mi sono affezionata a questo valore: il valore dell’innocenza. Adesso mi importa non sbagliare più, non soffrire più. Ho davvero paura dei miei errori, so cosa mi hanno fatto, ce li ho tutti addosso, stanno regolando la mia serotonina. Ho una paura fottuta dei miei errori.

Il giovane che mi scrive dall’altra parte del mondo ha un nome esotico. E’ così giovane. Non so come tirarmene fuori. Questa storia dei social network non mi sta più bene, sta disponendo la mia vita in modo assurdo. Non so spiegarmi meglio. Così ieri mia madre mi dice: mantieni le distanze. Le distanze talvolta sono una difesa. Sì, sono d’accordo. Devo imparare. Poi di colpo ammetto: mamma, io sono questa. Io so vivere solo così, mischiarmi alla gente, alla più umile, essere parte di questa, gioire sentendo il mio nome pronunciato dai bambini del rione, da Maria, la mia Maria rom, dall’uomo del Bangladesh, dall’ex detenuto che quando mi vede arrossisce un po’. Io so vivere solo così, non costruisco niente, non ho nemmeno un corredo, non sono mai stata una sposa veramente, non ho mai indossato l’abito bianco.

Sono la vedova bianca di Isaia. Il nome di quel giovane uomo in arabo significa il vittorioso. E il mio, in greco, Berenice, significa qualcosa di simile.

E dire che non è che abbia vinto sempre. O forse sì. Perché a pensarci: tutte le sconfitte hanno avuto il sapore di una vittoria postuma.

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