la sete di un vampiro

Ieri mattina, dopo giorni contraddistinti da una tregua fragile, mi sono svegliata con il pianto. Ho pensato che fosse un brutto segno. E invece mi sono alzata, ho aperto la finestra, ho mangiato, mi sono vestita con cura, truccata. Ho indossato la mia acqua di colonia, legato i capelli. Riceverò un premio importante sapete, perlomeno per chi scrive con una certa intenzione di nobiltà, lo riceverò a Torino, la settimana prossima. Dicevo mi sono svegliata con il pianto, tutta colpa dei sogni. Ho impedito che il disagio mi restasse addosso troppo a lungo, ieri dovevo incontrare la mia psicologa. So che è un problema mio: esser finita dove sono insomma. So che la giornata si deve affrontare a piccoli quadri, passo dopo passo. La disperazione la procura una dimensione di vastità. La vastità è un’aspirazione, ma dobbiamo meritarla.

Eppure, durante la giornata ho riscoperto una leggerezza remota, quella che ho lasciato a 17 anni, al quarto anno di liceo. Poi – vi ho già raccontato – è seguito il grigiore di certi anni della mia giovinezza, erano deserti. Il mio primo fidanzato, il solo uomo prima di mio marito, era un eroinomane e aveva tentato il suicidio. Vi ho raccontato. Ho perso il mio sorriso allora? Sì. Come ho scritto da qualche parte, ho visto tutto e troppo, subito. Ma non per questo sono cresciuta. No, al contrario, sono diventata più piccolina, infantile. E anche fisicamente, sono sempre stata magrissima, piccolina, 48 chili in 169 centimetri di presunzione di innocenza e vulnerabilità. La mia vulnerabilità ha la sete di un vampiro. Ero stranamente allegra ieri pomeriggio, malgrado i dispiaceri, i sogni, il passato che talvolta affiora dai suoi recessi dove l’ho infilato per benino.

Però sopravvivo sempre, sono molto capace di sopravvivere. E’ un po’ il mio problema, non sopravvivere, il metodo che uso piuttosto. Non sto mai qui, adesso. Non so vivere come gli altri, esercitare la caparbietà, il disincanto. Accettare la disarmonia, la volgarità, il cinismo o la cattiveria stupida come può esserlo solo la cattiveria. Torno indietro, regredisco, abbraccio i miei cani, cambio i loro nomi, i miei Adelmi li chiamo, rido di queste cose. Sono infantile. Così mi sembra di soffrire di meno.

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