“La cosa buffa”

Oggi mi sveglio con la musica di Stelvio Cipriani, arriva da una radiolina. Ricordo la radiolina di nonno, la teneva sempre accesa. Suona dal primo piano, mio padre la conserva ancora e ancora funziona. Ho appena finito di leggere uno splendido volumetto di prosa in versi (non riesco a definirlo che così), “Stanze con case”, di Letizia Di Martino. L’ho finito ieri sera, per questo ho in testa la musica di Stelvio Cipriani,  immagino uomini sostare dentro la nebbia di un aeroporto, un amore in autogrill, pull neri, la bellezza. Giuseppe Berto. Oggi si chiamerebbero orribilmente feedback. Leggo Letizia e penso a Giuseppe Berto de La cosa buffa. Vorrei spiegarmi meglio, gli uomini come mio padre, ecco, come Tony Musante in Anonimo Veneziano, il pernod da sorseggiare in un bistrot, caffè scuro. Gli uomini. Nella mia vita hanno contato moltissimo, da mio padre a mio nonno a mio fratello a mio zio. Poi gli altri, marito, e quest’ultimo russo che non ho mai incontrato. Non ne ho avuti molti. Non mi lascio scegliere, scelgo. Così non scelgo mai veramente. Ho letto Berto da bambina, mi credete? La libreria di mio padre non aveva censure per me. Leggevo la sceneggiatura alla fine del romanzo, con qualche sussulto, era quella di Anonimo Veneziano, con Tony Musante e Florinda Bolkan. Ecco volevo incontrare un tipo di amore così maturo, esserlo io, talmente da meritarmelo. Letizia mi ricorda quel tempo, che non ho vissuto, ma è come se lo avessi vissuto, quella musica, Stelvio Cipriani, i pull neri, il fumo di sigarette. Un aeroporto.

Ieri pomeriggio c’era un gran vento, proveniva dal mare, guardavo verso la promenade del porto. I capelli erano umidi sul viso, e per uno straordinario momento mi sono sentita appagata soltanto per non avere memoria.

promenade

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E quel tutto finisce che mi promise un giorno una megera sarebbe stato più o meno tale. Finito. Ho vissuto, ho vissuto certo, tutte le mie letture, ecco cosa, questo è l’inganno.

Letizia con la sua scrittura mi conduce al fulcro, da cui non sono mai andata via, la suggestione di tutto quel che ho letto, l’inganno di aver vissuto e non averlo fatto. La salsedine mi arriccia i capelli, ho le mani appiccicate, mi tocco il viso e sento le mie guance, un po’ più rotonde. Mi piace il cambiamento, non temo nemmeno il mio. Ho in testa la musica di Stelvio Cipriani.

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