come Amy W.

Ogni donna ha forse un Blake Civil Fielder da dimenticare. Come Amy W. Un lutto a cui tornare, quando è necessario, il dolore da indossare come una coperta dopo un abbandono. Io lo ricordo in Christiane deve morire (Gaffi, 2014). 

“Io ero una moglie. Back to black, cantava Amy Winehouse. La voce mi arrivava complice, a ognuno certe stupide nostalgie  che la vita adesso, vedrete, speronerà, una per una. C’era il senso di tutto, allora, avevo in mano uno sbiancante, l’uomo al mio fianco fischiava. Era mio marito. I love you much/it’s not enough/. Anche d’estate il centro commerciale era il mio tempio pagano: restiamo dentro, supplicai l’uomo al mio fianco, che era mio marito. Fuori è il nulla, sai? I nostri errori si fermano davanti alle porte automatiche e non salgono in scala mobile. Noi sì, noi siamo la pietra di scarto. Sentivo uno strano odore. Sono tranci di pollo o forse è la vita degli altri. L’uomo che avanzava di fianco mise la sua mano sopra la mia. Era mio marito.  E la gente tutto intorno era migliore, soltanto perché sentivo lei, Amy, il soul, la mano di un uomo sulla mia, l’ammorbidente riposto dov’era sempre stato. Ma mi voltai di colpo, e supplicai in silenzio: non usciremo mai più da qui, ok? Questo è l’unico tempo che avrà desiderio di noi, il tempo che la ragazza batterà in cassa. You go back to her /And I go back to /. Sarebbe anche arrivato Natale, ma, ehi, Natale è lontano, mancano mesi.  E si consumeranno le possibilità di salvezza, ne son sicura proprio adesso, mentre lui, l’uomo al mio fianco, prova un brutto dopobarba sul polso. Mio marito. O forse scopriremo che la vita sarà nostra, dove ci pare, e lei, Amy, canterà ancora, sullo sfondo la puzza di pesce andato e i tranci di pollo sullo spiedo, accanto ai comparti della frutta. L’universo si ricompone, noi saremo la pietra d’angolo. Lui annuiva, lui, l’uomo, mio marito. Il mio piccolo cuore, pensai. Nutrirai il dolore, lo farai per sempre,  non illuderti. I go back to. I love you”.

Advertisements